Via della Seta

Via della Seta
L'idea di Ciaomamma è molto semplice. Dare testimonianza di un viaggio in posti poco visitati dai turisti. Sulle orme di Marco Polo. Se l'ha fatto lui nel 1300 vuoi che non ci riusciremo pure noi?

mercoledì 27 agosto 2014

25 agosto: dinosauri, fidanzate e tonno

25 agosto: Bayakongor(Mon)-karakhorin(Mon)

Vedo un piede.
Ricordo di essermi addormentato in un letto e ora mi ritrovo un piede di fronte.
Guardo meglio e c é una ragazza issata sul mio letto per aprire la finestra dietro di me.
Poi scende e se ne va.
"Qui non sono mica normali" dico al mio compagno di stanza.
Ricordo benissimo il sogno fatto stanotte, lo ricordo nei minimi dettagli.
Noi raccontiamo quello che facciamo svegli ma non quello che la nostra immaginazione crea di notte. Chissà se anche quello che sognamo fa parte del diario della nostra vita.
Giriamo il bazar con Altmak, lui compra una ventola nuova e noi qualche ricordo.
Altmak disegna su un foglio una specie di cane"visit!visit!" ci chiede.
Sembra entusiasta di questa cosa, ci indica che si va a piedi.
Incuriositi lo seguiamo e dopo 10 minuti ci porta a un piccolo parco con qualche statua dei dinosauri.
A noi non dicono granché, lui invece é entusiasta, chiede delle foto e continua a sorridere.
Scopriamo che questo parco é un attrazione della città e che i dinosauri sono a grandezza naturale.
Compare anche una famiglia di velociraptor. Il deserto del Gobi é fonte inesauribile di uova e scheletri di dinosauri. I velociraptor, resi famosi da Jurassic Park, furono trovati proprio qui.
Tornati alla macchina, Altmak e il Tavola cambiano di nuovo la ventola mettendo quella nuova.
Altmak ormai si fida ciecamente del tavola, chiede anche qualche consiglio su altre parti della macchina.
Riprendiamo la nostra via.
Esiste una strada asfaltatata ora, non sembra vero. A circa 600 km dalla capitale ci sono strade asfaltate.
Definirle asfaltate forse é troppo qualitativo, ci sono molti crateri e buche lungo la strada che obbligano a tenere la velocità moderata, se non addirittura a fermarsi.
Fuori il paesaggio diventa sempre più verde.
Altmak prende una biro impolverata che c é in macchina, se la infila in bocca e la usa come stuzzicadenti.
Si vede qualche gher ogni tanto, cavalli che corrono o mangiano nelle praterie, mucche e yak che attraversano molte volte la strada.
Ci fermiamo a una gher sulla strada.
Ci offrono latte appena munto dai cavalli, formaggio e qualche avanzo di stinco.
Per finire una scodella di vodka mongola.
Noi offriamo delle caramelle ai bambini facendo sorridere ancora di più la famiglia che vive lì dentro.
Fuori dalla gher vediamo centinaia di pica. Sono simpatici cricetini, velocissimi, che scavano infinite buche nel terreno dove si nascondono.
Sono il pasto preferito delle aquile che abbiamo sopra le nostre teste.

La prossima meta é karakhorin, l antica capitale dell impero mongolo prima di esser trasferita a Pechino.
Per arrivarci serve fare una deviazione di 50km e Altmak non é convinto.
"Benzin!Benzin!" cerca di comunicarci che allungando la strada consumeremo più benzina.
Noi, con disegni e gesti facciamo il calcolo della benzina davanti a lui e gli diciamo che gli pagheremo anche questa.
"Simbia!Simbia!Sciaff!".
Ormai lo conosciamo, ci vuole comunicare che la sua ragazza é arrabbiata con lui e che deve tornare a casa.
"La vita di un uomo sembra sia uguale in tutte le parti del mondo" penso.
Però non ha tutti i torti.
Immaginate di uscire dalla vostra casa di Milano dicendo a vostra  moglie "Accompagno dei ragazzi a Genova, torno domani" e invece 3 giorni dopo ti ritrovi con loro a Lisbona. Chiunque uomo sarebbe preoccupato delle grida della propria moglie al ritorno a casa.
Altmak era uscito di casa senza caricatore del cellulare e senza vestiti di ricambio.
Ormai era al quarto giorno insieme a noi in questo viaggio inaspettato.
Il Tavola prestava a lui il suo cellulare per fargli chiamare ogni tanto la moglie, che da quel che diceva lui, era sempre più arrabbiata.
E lungo la strada insegnavamo lui qualche parola in inglese, parlavamo della vita qui e in Italia e dicevamo a lui di creare un business che portasse in giro i turisti.
Convinciamo Altmak.
Ci dice che va bene ma che non conosce la strada. Gli diciamo che ce la faremo.
Partiamo.
Ora ricomincia lo sterrato.
Altmak dopo qualche km é già preoccupato.
Ci chiede la strada.
Lughes guarda la mappa della Mongolia sul cellulare, che fortunamente é in cache. Non ci sono strade ma serve andare sempre verso nord ovest.
Altmak dopo qualche kilometro chiede sempre conferma che la strada sia giusta.
Impieghiamo due ore e mezza per fare 70 km.
Arriviamo a karakorin per mezzanotte.
Karakorin é turistica. Ci sono campeggi di gher con pullman turistici fuori. Arrivano dalla capitale che ormai é vicina.
Vedere quel campeggio di gher mette un po di malinconia, é la prima forma di turismo che vediamo in Mongolia.
Cerchiamo un hotel.
Alla reception c é un simpatico vecchietto che sorride sempre ed ė estremamente lento in ogni sua azione.
Vicino alla reception cé un piccolo bar con del cibo in scatola.
A karakorin é ormai tutto chiuso quindi decidiamo di sperimentare ciò che offre quello strano bar.
Scopriamo che il simpatico vecchietto gestisce anche il bar.
Il Tavola azzarda con una vaschetta  di spaghetti arrotolati, verdure e brodo. Sulla vaschetta ci sono scritte cinesi.
Il vecchietto la scalda 1 minuto al microonde e gliela porge.
Lughes, non vuole sorprese, la sua cena é una confezione di pringles.
Io e Diego veniamo attirati dalla confezione di un tonno.
Lo apriamo e restiamo sorpresi. Il tonno ha un colore strano, ha della gelatina muffosa attorno.
Io non riesco a mangiarlo. Ho mangiato veramente di tutto nella mia vita ma questo é più forte di me.
Anche Diego non lo mangia.
Altmak quando vede che non lo mangiamo prende una scatoletta delle nostre e lo mangia sorridendo.
Anche questa notte a letto senza cena, o meglio con qualche pringles del Lughes nello stomaco.

24 agosto: Meccanico sotto le stelle

24-25 agosto Altai(Mon)-Bayakongor(Mon)

Altmak bussa insistentemente alla porta.
Ci sveglia.
Alla luce del giorno posso finalmente vedere dove abbiamo dormito.
La sera prima la stanchezza non mi aveva permesso di valutare l hotel.
La stanza contiene solo i letti, le pareti hanno una carta da parati vecchia che in alcuni punti, staccandosi, mostra i mattoni rossi sottostanti.
C é un bagno privato, non é granché ma una doccia é indispensabile.
Altai é la capitale della regione del Gobi, é piccolissima. É il giusto posto per spezzare il cammino.
Dopo colazione ripartiamo.
Stiamo attraversando la parte settentrionale del deserto del Gobi.
La strada sterrata attraversa pianure quasi steppose, ciuffi d erba separati, terreno secco e fiori gialli. Qualche duna di sabbia rossa ogni tanto.
Ci fermiamo, Altmak aprendo la portiera fa cadere dei biscotti in mezzo al deserto. Li raccoglie e li mangia sorridente.
Ci fermiamo a mangiare in una gher sperduta in mezzo a questi paesaggi.
Ci sono bambini, regaliamo loro delle caramelle.
Ridono e ci osservano curiosi.
Ci offrono latte e tè.
Poi ci offrono un piatto buonissimo con patate e capra.
Io gioco insieme a dei bambini imparando i numeri nella loro lingua.
L ospitalità é ai massimi livelli mai visti, ci trattano benissimo e sorridono sempre.
Usciamo.
"Non va ancora la macchina" mi comunica Diego.
"Meglio!" rispondo.
Ne approfitto per fare due passi attorno.
A un tratto un pallone di pallavolo mi rimbalza a fianco.
Una bambina e una ragazza stanno palleggiando. Così inizio anche io a giocare con loro.
Diego mi recupera e inizia a palleggiare anche lui.
Mi guardo attorno, ricordo di aver giocato a pallavolo due giorni prima di partire con alcuni amici. Che strano farlo lì dopo due settimane circa.
La jeep é aggiustata, Altmak ci chiama.
Riprendiamo il nostro sterrato, sulla strada vediamo molti cammelli.
Ci stiamo dirigendo a Bayakongor, la città successiva abitata da qualche migliaia di abitanti.
Ci fermiamo al tramonto. Ci sdraiamo e vediamo tramontare silenziosamente il sole sul Gobi.
Ripartiamo mentre cala l oscurità.
A un centinaio di kilometri dalla città la temperatura del liquido del radiatore aumenta, spia rossa.
Ci fermiamo, alziamo il cofano, illuminiamo con la pila.
Ventola rotta.
Proviamo a fare un paio di km ma si surriscalda troppo.
"Bisogna cambiarla raga!" dice il Tavola.
Altmak ha una vecchia ventola con se.
Usciamo di nuovo dalla macchina.
Alziamo il cofano.
Per la seconda notte consecutiva, sperduto in mezzo a immense pianure e sotto un cielo le cui stelle arrivano fino all'orizzonte c é da riparare la Jeep.
La via lattea é luminosissima sopra di noi.
Chi tiene la pila, chi i bulloni, aiutiamo il Tavola a montare la ventola nuova mentre Altmak guarda.
Dopo un' ora possiamo ripartire.
Ci fermiamo a una gher più avanti per chiedere informazioni.
Qui non si chiede a quale incrocio si deve girare ma in quale direzione si deve andare.
Qui assistiamo a una scena curiosa.
Dentro la gher donne e bambini dormivano, si svegliano e ci invitano ad entrare. Ci offrono dei biscotti e ci fanno sedere dove dormivano.
Un uomo invece, probabilmente il padre, sta aggiustando una camera d aria di fronte alla gher e Altmak lo aiuta.
"Ma questi qui si mettono a riparare la camera d aria a mezzanotte?" dice ridendo il Tavola.
A notte fonda arriviamo a Bayakongor.
Subito all entrata c é un posto per dormire.
Dormiamo.

22 agosto: Dove andiamo noi non c é bisogno di strade

22 agosto: olgii(Mon)- Khovd(Mon)
"Mancan 15 minuti alle 9!sveglia!" la voce di Diego mi sveglia così.
" Svegliatemi quando manca 1 minuto alle 9" dico.
La colazione prevede uova sode, pane burro e zucchero e chai.
Gran colazione. Siam ricaricati.
Contrattiamo un amico della guesthouse per portarci a khovd.
Mentre lo aspettiamo il Tavola aiuta a cambiare le candele della macchina del padre di famiglia.
"Jeep,Ruski jeep" grida qualcuno vicino. É il padre che sta indicando il cancello dove sta entrando una vecchia jeep russa. Quasi completamente in ferro, pochi rivestimenti ma comoda. Perfetta per il fuoristrada o meglio ancora per il "nostrada".
Altmak, il proprietario della jeep, perde un ora a gonfiar gomme e salutare qualche amico al mercato.
Poi partiamo per il nostro viaggio "on the noroad".
Lasciamo Olgii alle spalle, c é una via sterrata che si perde all orizzonte.
La via sterrata dopo un po si confonde, non la si vede più in modo chiaro ma Altmak sembra conoscere la direzione in modo sicuro.
Guadiamo fiumi, passiamo in mezzo a praterie, montagne e laghi attorno, ogni tanto qualche gher con mucche che pascolano ovunque.
Ci fermiamo sulle sponde di un lago.
Ci nuoto dentro, l acqua é gelida ma pulitissima.
Poi saliamo sulla piccola montagna vicino al lago, sulla vetta c'e un nodo blu, credo indichi che quello é il punto più alto.
Più tardi scoprirò che é un simbolo buddhista.
Mi fermo lassù e osservo. Ovunque guardo vedo natura. Qualche aquila sopra di noi si fa trasportare dal vento. Fin dove l occhio può guardare non c é segno di civiltà umana. Solo la nostra jeep parcheggiata laggiù indica a questo posto che é un po diverso rispetto a quando é stato creato milioni di anni fa.
A un tratto sento rotolare dei sassi nelle vicinanze. Mi avvicino a controllare. Vedo, a qualche metro di distanza Diego,Lughes eTavola.
Sono seduti sulla salita per la montagna e ridono.
A turno prendono dei sassolini e provano a centrare un sasso grosso qualche metro avanti. Io mi fermo a osservarli, non voglio distrurbarli, sul loro viso il sorriso di tre bambini. E' strano, forse mi piacerà ricordarli così i miei compagni di viaggio una volta tornati. Seduti sul crinale di una montagna, a metà tra un lago e una pianura che si perde a vista d occhio, sotto nuvole argento in un cielo limpido, giocando e ridendo con dei sassolini pescati accanto a loro.
Ripartiamo.
La via é lunga perché non esiste.
La strada é l intera pianura. Per assurdo é la strada più grande che ho mai visto.
Guardo fuori dal finestrino e vedo cavalli liberi che corrono, vicino a loro cammelli che camminano lentissimi.
Al mio fianco Altmak canta.
Canta bene, non lo fermiamo.
Facciamo una breve sosta in un rifugio su un passo.
Entro.
Mi sembra di entrare in un saloon del FarWest.
In un attimo tutto tace, le persone smettono di mangiare e parlare e mi guardano curiosi.
Poi entrano gli altri, partono i commenti e i mormorii della gente.
In questo posto i letti prendono il posto delle sedie attorno al tavolo.
Mangiamo e beviamo tutti per qualche dollaro e scherziamo con le persone presenti.
Risaliamo in macchina, é quasi sera.
Rivediamo i nostri amici italiani del Mongol Rally. Guadando il fiume hanno bagnato lo spinterogeno.
Un' asciugatina e sono pronti per ripartire con il loro 127 per l ardua impresa.
Siamo in città, prendiamo un hotel.
Usciamo per cena, la città (Khovd) é il capoluogo di regione. Ha 30mila abitanti ma in giro ce ne saranno dieci.
La piazza centrale é piastrellata a metà, forse la crisi é arrivata anche qui.
Dietro la piazza c é un ristorante, non servono alcolici il venerdì.
Mangiamo e andiamo a dormire.
Domani dovremo capire come proseguire.
Il letto é finalmente un letto normale, confortevole e largo.
A fianco la finestra dà sulla piazza centrale. A un tratto i lampioni si spengono. É buio ovunque.  Black out totale della città.
"Mi sa che qui spengono la città a mezzanotte per risparmiare" dice il tavola.
"Questi sono innaria" penso e mi addormento pensando "Basta che la riaccendono domattina".

21 agosto: Benvenuti in Mongolia

21 agosto: Altai(Rus)-Olgii(Mon)

Apro gli occhi, non vedo movimento.
Ci siamo fermati. Non so dove siamo, vedo solo alberi, infinite stelle e la strada sterrata. Abbiamo parcheggiato in uno spiazzo accanto alla strada.
Li chiudo subito.Quando li riapro ci stiamo muovendo di nuovo. É l alba.
Ci sono montagne, gli Altai.
C é un fiume gelido che passa in mezzo a loro.
"Kaffé!" dice il Toro.
Beviam caffè e chai in una bettola nei pressi.
Ripartiamo e dopo mezzora il Toro si ferma di nuovo. É stanco, guida da molte ore e ha percorso molti km.
Poi si sveglia, sembra di nuovo carico. Si rimette al volante e dice "Mongolia!".
Arriviamo alla frontiera russa.
Il Toro fa caricare in macchina una nonnina di 70 anni con noi. Siamo in 4 sui sedili posteriori della Jeep. Io,Lughes,Diego e la vecchina.
La vecchina é bassa, capelli bianchi,molte rughe, passaporto mongolo in mano e porta addosso un odore di formaggio quasi insopportabile.
Alla frontiera russa non si entra. Sono in pausa pranzo per due ore.
Scendiamo, l odore della buona vecchina é difficilmente sopportabile per 2 minuti, figuriamoci per 2 ore.
Conosciamo 3 italiani che fanno il Mongol Rally.
Finita la pausa pranzo i russi ci fanno entrare.
Controllano anche le mutande negli zaini.
Andiamo alla frontiera mongola finalmente.
Prima della sbarra mongola c é una canna dell acqua.
Una ragazza lava le gomme della macchina senza chiedere il permesso e ci chiede due rubli. Lo fa con tutti.
Non capiamo il perché,forse serve avere le gomme pulite per entrare in Mongolia.
Mi viene in mente Ashgabat, capitale del Turkmenistan, dove si prende una multa entrando in città con la macchina sporca.
Proprio in frontiera la strada asfaltata termina e inizia una strada sterrata.
Dopo la frontiera, la buona vecchina scende dalla macchina e riabbraccia il marito.
Ci abbracciamo anche noi. Siamo in Mongolia, siamo entrati da una delle 4 frontiere terrestri, dalla più lontana dalla capitale.
Prendo della sabbia dal terreno, ancora non ci credo. Mi viene in mente Baguette. Se siamo lì é merito suo.
Mangiamo subito in una locanda dopo la frontiera. Porta bassa, soffitto basso.
"Saranno così bassi questi mongoli, Gengis Khan era basso?" penso. Chai e ravioli. Spesa complessiva 4€.
La gente nella locanda guarda in modo diverso, più felice, più curiosa, più sorridente. Sembrano finalmente lontani i tempi del Kazakistan.
"In quel paese non ci voglio più entrare" penso.
Partiamo verso la prima città, Olgii.
Basse montagne,prati, laghi,marmotte, aquile, mucche, pecore, capre e un animale strano costeggiano o attraversano la strada.
Siamo nella Mongolia più occidentale, quella più estrema, quella dove i pochi turisti che si presentano alla Mongolia dalla capitale difficilmente arrivano.
Entrare a Olgii é come entrare in una città del FarWest. Un vialone di sabbia in mezzo, edifici maltenuti ai lati. Il passaggio di qualche auto fa alzare un polverone.
Di fronte all'hotel veniamo abbordati da una famiglia che ci vuole ospitare per quattro soldi offrendo letti, cena, colazione, docce calde e internet.
Accettiamo e quando siamo in casa loro scopriamo che internet non si può usare perché il Pentium é rotto, i letti son 2 e gli altri due dovranno dormire per terra e la doccia calda é in mezzo alla città.
Per la toilette invece c é un buco nel terreno dietro la casa.
Prendiamo sapone, asciugamano e ciabatte e veniamo accompagnati in macchina alla doccia calda.
Apro l acqua calda, scendono due gocce bollenti, apro la fredda e ne scende a litri. Dopo vari tentativi trovo la formula giusta.
La doccia mi rivitalizza.
Torniamo alla casa.
Un vecchio, che potrebbe essere il nonno di famiglia, entra nella nostra stanza. Non riesce a parlare, sbiascica qualcosa al tavola lasciando intendere che vuole una biro.
Il tavola gli dà la sua biro, quella che ha usato per contrattare fino a qui.Quella a cui é affezionato.
"Guarda che non la vedi più quella biro!" dico.
Il tavola corre dietro al vecchio e lo ferma.
"Ma is my!" esclama.
Il vecchio sorride.
"Pen is my!"
Il vecchio sorride e se ne va.
Il Tavola si gira verso di noi dicendo "gliela chiedo tutte le volte che lo vedo".
Ma i suoi continui tentativi falliranno e partirà senza rivederla.
Mangiamo con loro, mangiamo bene e tanto.
Usciamo a passeggiare in direzione di un Irish pub in centro.
Sulla strada bambini ci salutano con  "Hello!". Ci seguono e ridono.
I più coraggiosi si avvicinano per darci la mano.
L'irish pub non ha proprio nulla di irlandese, né il locale, né le birre.
Il locale presenta uno stile lounge, luci rosse soffuse, panchine e tavoli in legno.
Ordiniamo 4 birre mongole.
Dopo un sorso ho già la sicurezza che potrei piazzarla sul podio delle birre più inbevibili assaggiate in vita mia.
Tra mille conversazioni non ci accorgiamo del tempo che passa. Torniamo a notte fonda a casa per scoprire che il padre era preoccupato ed era venuto a cercarci in paese.
Ci scusiamo con qualche gesto.
Dopo 5 minuti tutti e 4 stiamo già dormendo profondamente.

20 agosto: Transito in Siberia

20 agosto: Usk(Kaz)-Altai (Rus)

"Knock knock!!!"
Baguette bussa alla porta!
"Saranno le 7! Sarà ora di partire! Si va in Mongolia!" penso.
In men che non si dica siamo tutti pronti.
Puntuale alle 7 arriva Tulca, l'autista.
Tulca, é mongolo,ma lavora in Kazakistan.
Verifica la validità del visto russo di tutti e ci spiega il percorso.
Ci dice che sarà il padre a portarci, lo incontreremo alle 11.
Nel frattempo decidiamo di andare con lui in centro.
É il momento di salutare Baguette!Mi commuovo salutandola! É solo merito suo se stiamo partendo! Prima di scattare fuori dall'hotel mi giro verso Baguette, le mando dei baci e le grido "You are the best!".
Poi siamo in strada.
Mentre aspettiamo il padre parliamo con Tulca! É un tipo simpatico, sorridente e disponibile.
Siamo fermi sul bordo della strada ad attendere, Tulca accende l autoradio, passa avanti qualche canzone fino a quando sentiamo "su di noi, nemmeno una nuvola...". Pupo compare nelle canzoni che ha in macchina e lui lo canta.
A un tratto delle ragazze si avvicinano, Tulca scherza con loro e poi ce le presenta.
Le ragazze fanno delle foto con noi.
Ridiamo e scherziamo con loro e
prima di andarcene una di loro da il contatto al Tavola. I capelli lunghi del Tavola hanno fatto colpo anche qui.
Incontriamo il padre di Tulca. Un uomo bizzarro sulla sessantina, grosse sopracciglia. A me ricorda il padre di American Pie. Sorridente ma non spiaccica parola in inglese.
Con lui c é il fratello di Tulca, parla inglese benissimo. Venuto per spiegarci nel caso avessimo dubbi.
La macchina del padre di Tulca é un gran bel fuoristrada, andiamo al mercato delle gomme per montarne di nuove.
Durante il montaggio io spiego al fratello il nostro viaggio.
"Per fare questo viaggio vi serve fortuna e spirito forte" mi dice.
Salutiamo Tulca e suo fratello.
Partiamo col padre.
Soprannominiamo il padre come"Il Toro" perché nelle ore a seguire resterà fisso sul volante, sguardo alla strada, senza segni di cedimento e sempre con quel suo sorriso stampato sul volto.
Il toro guida fino alla frontiera russa. Lì serve scendere. I russi sono fiscali.
Fanno smontare macchine e portiere a chi transita.
Durante il controllo passaporto Diego viene trattenuto.
Ha un passaporto vecchio nove anni , nella foto non sembra lui. Viene chiuso per mezzora in uno stanzino sotto interrogatorio.
Alla fine si convincono, offrono un trancio di pizza per scusarsi e lo lasciano andare.
Siamo in Russia e abbiamo circa 27 ore per superare l'altra frontiera che chiuderà alle 18.
Stiamo attraversando un piccolo pezzo di Siberia, l'Altai per la precisione. Le steppe kazake sono un lontano ricordo.
Il colore prevalente é il verde, infinite praterie si alternano a grandi campi di girasole.
Il cielo é talmente pulito e limpido che se guardo in alto mi sembra di scorgere il buio dell universo.
Ci fermiamo in mezzo a un prato per mangiare insieme al Toro che ci offre le cose che ha a disposizione.
Il Toro non parla, ma sorride sempre.
Io penso a Baguette, penso che a volte gli angeli hanno volti comuni, sono tutt'attorno a noi e non lo sappiamo finché non li conosciamo meglio.
Mentre mangiamo il tramonto scende sulle distese praterie di fronte a noi.
Una brezza accarezza la pelle mentre osserviamo il sole scendere.
Una volta tramontato si riparte, il Toro guida senza cedere. Non mostra segni di sonno.
Noi invece cediamo e ci addormentiamo.
Io mi addormento guardando il Toro che attacca la strada senza esitazioni e mi chiedo come faccia a non stancarsi.

18 agosto: Viaggio in bus

18 agosto: Almaty(Kaz) -Semey(Kaz)

Guardare fuori dal finestrino e vedere per ore lo stesso paesaggio fa sembrare di esser fermi.
I kilometri passano sotto le ruote di questo pullman cigolante.
Fuori dal finestrino una sola strada che si perde dritta all orizzonte.
La strada é composta di un vecchio asfalto che potrebbe risalire all unione sovietica
Tante buche.
Ci sono caliggini create dal calore di fronte a noi.
Attorno solo steppa. A perdita d occhio terra marrone chiaro e qualche ciuffo d erba.
Qualche arbusto ogni tanto.
Il cielo completamente celeste sopra.
A volte sembra che la strada conduca verso il nulla perché dopo molti kilometri non é cambiato niente.
L unica cosa che é cambiata é il sole. Stamattina era vicino alla steppa, ora é alto nel cielo.
"Internet!" mi dice un ragazzo guardandomi col cellulare in mano.
Lo osservo e gli faccio cenno di no.
Gli faccio vedere che sto solo scrivendo.
Affascinato resta a guardare e tenta di leggere qualche parola. Riconosce " unione sovietica" scritta sopra, poi torna felice al suo posto come se avesse imparato una lingua nuova.
Il mio sacco a pelo cade, un vecchio lo raccoglie e me lo porge. Poi torna al suo posto senza nemmeno guardarmi.
Io resto un po sorpreso perché volevo ringraziarlo.
La ragazza di fronte mi sorride e un po ride. Credo che il vecchio sia suo nonno e lei cerca di dirmi che lui é così.
Quel vecchio effettivamente non ha detto una parola dall inizio e il suo sguardo sembra esser fisso nel vuoto.
A un tratto mi vedo il DVD con una cucina in copertina di fronte agli occhi, un tipo me lo vuol mostrare. Dice qualcosa in russo.
Impossibile dialogare.
Provo con qualche gesto a capire cosa vuole poi ci arrendiamo entrambi.
Chissà cosa mai avrà voluto dirmi.
Forse che sta andando a casa, dove troverà una cucina bella come quella sul DVD. Forse voleva farmi capire che possiede qualcosa di bello, costoso e pulito.
La strada fa una piccola curva, non ne avevo ancora viste durante i kilometri sveglio.
Una signora fa fermare il bus, deve far fare la pipì al suo bimbo.
Lo fa a fianco della strada.
Ripartiamo.
Ricominciamo a consumare gomme su questi kilometri.
La steppa kazaka é infinita. Lo sapevamo già prima di partire, ma vederla coi propri occhi é impressionante.
Il tavola non dedica molti minuti a questo paesaggio, lui aspetta la Mongolia.
Si vede un cartello che indica l inizio di una regione,ne avevo visto un altro molti kilometri prima. Mi chiedo a cosa serva separare qualcosa che é così uguale.
Lughes dorme, vuole riposare. La sera sarà dura e lui é preoccupato per il critico passaggio in Russia.
Anche Diego si riposa,dopo un inizio difficile é riuscito a recuperare due posti vicini vuoti e ora se li gode.
Ci fermiamo a pranzare. Questo posto ha l aria di essere un antica stazione di benzina. Ormai i distributori non ci sono più, resta l edificio in pietra.
Più avanti una donna e due bambini scendono in un villaggio.sono in mezzo al nulla. Mi domando come deve essere viver qui. In un piccolo villaggio nel mezzo di un interminabile steppa kazaka.
Le buche nella strada accompagnano tutto il viaggio, il pullman é un continuo scricchiolio.
Un bimbo si siede al mio fianco e mi chiede qualcosa, io gli sorrido ma non capisco cosa chiede. Lui mi rifà la domanda altre volte.é impossibile comunicare anche questa volta. Torna al suo posto e mi fissa sorpreso come se avesse di fronte un alieno.
Mi appoggio al bracciolo del sedile per cambiar posizione. Il bimbo che mi sta ancora guardando alza il mio bracciolo e mi sorride orgoglioso.
Credo voglia dire"ti ho aiutato, il bracciolo si alzava così.". E allora lo lascio alzato per fargli intendere che ho gradito il suo aiuto.
Il pullman rallenta.
Si ferma.
L autista controlla le ruote.
Ripartiamo a una velocità compresa tra i 5 e i 10 km/h.
Leggevo che su queste strade i guasti sono regolari.
Si ferma più avanti.
L autista scende e mette una tuta da meccanico.
Smonta ruota, tamburo e ganasce.
Rimonta solo tamburo e ruota.
Praticamente ripartiamo senza un freno su 4. Mentre l autista toglie i pantaloni da meccanico speriamo che almeno gli altri tre freni funzionino e non li abbia tolti in qualche viaggio precedente.
Il bus é in gran ritardo, arriviamo in stazione a notte fonda.
Buttiamo i sacchi a pelo sulle panchine della deserta sala d'attesa, concordiamo di svegliarci all alba che ormai é vicina.
La luce della stazione non facilita il sonno.
"Un mio amico avrebbe portato con se quegli occhiali da buio che ti danno sull' aereo" dico.
Dall altra panchina il Tavola risponde:" A me non servono, ho le palpebre".
"Non hai tutti i torti" rispondo.
Guardo gli altri. Diego sta dormendo. Lughes legge la lonely planet della Russia.
"Domani avremo un passaggio difficile" gli dico.
"Si" dice lui.
"Che Dio ce la mandi buona" gli dico e chiudo le palpebre.

17 agosto: Fiocchi di neve nel deserto

17 agosto: Almaty(Kaz)

"Luca, Lughes siamo in ritardo".
É la voce di Diego che ci avvisa che é tardi.
"É già tardi? Cominciam bene!" penso.
La luce entra prepotentemente nella camera, segno che l alba é passata da un pezzo.
Facciam gli zaini.
A un tratto ricordo che il Tavola ha vinto la notte nell altra camera.
Busso. Niente.
Entro.
Sia lui che la ragazza nella stanza dormono.
Sveglio lui, la ragazza continua a dormire.
"Partiamo, siam già in ritardo!" gli dico.
La metro e poche parole ci accompagnano alla stazione dei treni.
Siamo davanti all ufficio informazione dei treni.
Ovviamente l inglese é un lusso in cui non possiamo sperare.
"Semey" diciamo. "Niet" ci rispondono.
Sembra non ci sono treni, o forse sono pieni o forse non sanno nemmeno loro cosa devono fare.
Vorrei tornare dall ostellante che ci aveva detto che partivan treni ogni 2 ore per aggiornarlo sulla situazione treni della sua città.
Siam messi male abbiamo un visto della Russia di due giorni da rispettare.
Due ragazze che parlano inglese ci aiutano. Chiamano qualcuno e ci dicono che forse c é un bus che va a Semey.
Ho definito quelle ragazze "due fiocchi di neve in un arido deserto" perché cercavano di mettere freschezza alla difficilissima situazione in cui siamo.
Usciamo.
"Taxi!" Gridano.
Proviamo a contrattare un lungo passaggio. Cifre mostruose.
"Guys, come with me!".
Un tipo bizzarro ci chiama e ci dice che risolverà tutto.
Si chiama Bob, americano, professione "world traveller".
Ferma una macchina, contratta e dice che ci porterà a destinazione per pochi spiccioli.
"Impossibile che sia così facile" pensiamo. Ci lascia il suo numero in caso avessimo avuto problemi in futuro. Ringraziamo e partiamo sulla macchina.
"Giornata risolta in 5 minuti" dice il Tavola.
L autista accosta, e ci chiede qualcosa. Ovviamente noi non capiamo assolutamente niente e non capiamo il suo problema.
Chiamiamo Bob, il numero é sbagliato. Fermiamo gente che mastichi inglese per dirci che problemi ha.Capiamo che l autista ha sbagliato, ci sono voluti 5 minuti per capire che la strada era troppo lunga.
Andiamo alla stazione dei bus.
Bus pieni fino a domani notte.
Siamo abbattuti.
Ma fortunatamente la ragazza dei biglietti ci dice che ne ha trovato uno  in serata alle 22.40.
É andata bene!
Accettiamo. La partenza del bus é tra 8 ore.
Scopriamo che Almaty offre le terme più belle dell Asia centrale.
Una volta lì scopriamo che non sono granché ma lo stile sovietico é particolare.
Bagno turco,sauna e piscina.
Scopriamo l esistenza del bagno russo. Non ci resisto più di 20 secondi. Sembra di friggere.

In serata siamo in un ristorantino in centro. Birra e carne.
Di fronte un curioso chiosco"McDoner" che ci fa sorridere.
"Portuguese?" Ci chiede una ragazza bionda seduta al tavolo di fianco.
La invitiamo a sedersi al nostro tavolo. Parliamo con lei.
Ordiniamo birre.
Lei la beve con la cannuccia.
Lei é russa, di Almaty.
"Che tipi siete voi italiani?". Le rispondiamo come siamo.
Dopo un paio d ore passate con lei la salutiamo per andare in stazione.
Prima di entrare alzo gli occhi al cielo e vedo la costellazione di Cassiopea.
L avevo vista anche la notte prima di partire.
Il bus é un ferro vecchio non troppo confortevole.
Partiamo.
Mentre scrivo queste righe, questo vecchio bus continua a scricchiolare su questa strada in terra battuta piena di buche che ci porta a Nord.
La strada per Pechino passa da qui.
Una luna rossa sta sorgendo in lontananza e riflette la sua fioca luce su un piccolo laghetto che costeggia per qualche centinaio di metri la strada.
Chiudere gli occhi significa forse riaprirli alla buca successiva. Non sarà certo la notte più rilassante della nostra vita ma la stanchezza si sente. Forse ci aiuterà.