Il risveglio come al
solito non è dei più comodi. Ormai le notte in un letto non le ricordiamo
neanche più. Siamo quasi abituati a dormire seduti e il nostro collo non si
lamenta più a seguire l’ondeggiare delle curve della strada.
Alle otto di mattina
arriviamo a Tirana dopo aver intravisto con le prime luci dell’alba
l’entroterra Albanese. Si vede che è una nazione povera per essere europea ma
di primo impatto è molto meglio di quanto mi aspettassi. Credo che il
Montenegro, per esempio, che è confinante a nord con l’Albania sia molto più
povero. Arrivati a Tirana, in una delle prime fermate di periferia, salutiamo
Gezimi e lo ringraziamo con abbracci di rito e scambio dei numeri cellulari. E’
proprio un brav’uomo, spero per lui che la situazione di salute di suo nipote
migliori presto.
Non abbiamo un
albergo e quindi dovremo portarci dietro gli zaini per tutto il viaggio. Ormai
intravediamo la fine e quindi la stanchezza si fa sentire ancora di più.
Stanchezza puttana e canaglia.
Facciamo un giro in
centro e capiamo subito che non c’è molto da vedere a Tirana.
Tirana è la capitale
dell’Albania ma non arriva nemmeno a cinquecentomila abitanti. La città è sede
di istituzioni pubbliche, università, e il centro della vita amministrativa,
politica, economica e culturale del paese.
Oltre alla piazza
Skandenbeg situata nel centro che prende il nome dall’ononimo eroee nazionale
si trovano il Palazzo dell’Opera, la torre dell’Orologio e la Moschea e qualche
altro edificio interessante.
Una statua dello
stesso Skandenbeg, che combattè contro il potente impero turco e riuscì
mantenerlo fuori dai confini per oltre vent’anni, a cavallo al lato della
bandiera nazionale è sicuramente il simbolo che ti rimane più impresso dopo una
visita a Tirana.
Arrivati in un punto arrivano i problemi. Abbiamo poco più di quarant’otto
ore prima di iniziare la nostra giornata lavorativa in ufficio e siamo ancora a
millequattrocento kilometri da Milano.
Non possiamo assolutamente ritardare la data del rientro lavorativo. Dal
piano originale l’idea è quella di noleggiare una macchina qui a Tirana e
tornare a Milano lasciandola là. Con questo piano avremo la possibilità di
passare per Montenegro, Croazia e Slovenia. Il tempo stimato è di circa
sedici-diciassette ore, pertanto avremmo la possibilità di visitare qualcosa
nel tragitto.
Io conosco Kotor in Montenegro e Dubrovnik in Croazia che meriterebbero una
giornata minino per una. Noi al massimo avremmo qualche ora.
Proviamo a vedere se troviamo qualche cartello ‘Rent a car’ nel centro ma
dopo due rapide interviste ai locali capiamo che è meglio andare in aeroporto.
Troviamo facilmente la navetta e andiamo alla ricerca di una macchina a
nolo. L’aeroporto sembra elegante e innovativo, seppur di piccole dimensioni.
Entrando vediamo Hertz, Avis e una piccola agenzia di noleggio auto. Proviamo
subito con la più piccola ma ci rispondono che fanno nolo solo all’interno dell’Albania.
Scontato.
Ma qui abbiamo l’ennesima sorpresa del nostro viaggio. Anche Hertz e Avis
ci rimbalzano. Dicono che è infattibile. Che costerebbe più del triplo di un
viaggio normale. Ci guardiamo stupiti. Dal sito era possibile. Il Pelo aveva
chiamato e gli era stato detto che era fattibilissimo.
Una sua amica albanese gli aveva confermato che tutti gli anni fa così.
Niente da fare. Non per noi.
Questo è uno dei momenti più complessi di tutto il viaggio, probabilmente
secondo solo al pomeriggio di Samarcanda senza soldi e senza la tappa
successiva pianificata. Siamo lì vicini alla meta e non sappiamo come tornare.
C’è anche il tempo che scorre inesorabile che desta preoccupazione.
Il Pelo inizia ad accusare anche lui la fatica dopo aver lottato come un
leone per tutto il viaggio. Non ci crede che il call center dell’Avis gli aveva
detto di star tranquillo, che non ci sarebbero stati problemi e ora, invece, di
problemi ne abbiamo molti.
Riprendiamo la navetta per tornare in centro, in aeroporto non possiam far
più nulla… se non prendere un aereo, ma quello non lo faremo mai!
Arrivati in centro, esattamente dove eravamo stati lasciati dal bus che ci
avevamo da Istanbul iniziamo a vagabondare per la città. Gli zaini pesano e noi
non abbiamo un piano. Il sole ci accarezza la fronte e ci avvisa del tempo che
scorre.
Poi, ad un tratto, vediamo una
ragazza bionda, con un fisico mozzafiato e volto d’angelo. E’ un’apparizione.
Non ci crediamo. E’ dietro a una bancone che fissa il monitor annoiata.
Alziamo la testa e un cartello con scritto ‘Tirana-Durazzo-Bari-Milano-Bergamo’
ci fa capire che stiamo proprio sognando. Non può essere reale.
Io, il Tavola e il Pelo ci guardiamo increduli, la soluzione non può essere
lì davanti a noi servita su un piatto d’argento da un angelo dai capelli
dorati.
Proviamo ad entrare ma sappiamo che non sarà possibile, che non ci saranno
biglietti, che la prima domanda sarà: ”Ma perché non prendete un aereo?”.
Entriamo e la ragazza ci fissa, guarda il nostro aspetto più che malandato
dal viaggio e abbozza un sorriso.
Non abbiamo la forza di abbozzare una conversazione in inglese, andiamo con
l’italiano.
Risponde! Lo ha studiato a scuola. Le facciamo mille domande e le chiediamo
un modo per tornare a casa. Le spieghiamo che dobbiamo rientrare a lavoro.
Sbatte le sue sopracciglia sensuali, tira su la spallina del vestitino
estivo che le esulta le giovani curve e ci dice:” Ma perché non prendete un
aereo?”.
Rispondile tu Pelo, io non ne ho la forza – gli dico.
E così il buon Pelo gli racconta la nostra epopea, il nostro viaggio in
compagnia di Marco Polo. I suoi occhi si accendono – lei non ha mai viaggiato e
le piacerebbe moltissimo – studia e lavora sette giorni su sette, in quel
momento ci vede come degli avventurieri che hanno attraversato mezzo mondo e si
scorda per qualche minuto del nostro aspetto fisico praticamente impresentabile
e del nostro odore di umanità che ci portiamo dietro grazie a quattro notti
senza toccare un letto e senza lavarci.
Traghetto Durazzo-Bari e poi pullman fino a Milano, novanta euro tutto
compreso; con anche la navetta per arrivare a Durazzo. Arrivo stimato a Milano
per le venti del giorno seguente. Con ben dodici ore di anticipo sull’orario di
inizio lavoro in ufficio. Ecco la nostra soluzione. Ecco la prossima tappa.
Ora possiamo rilassarci. Lasciamo i bagagli al nostro angelo e cerchiamo un
posto per mangiare qualcosa. Sono già le quattordici e siamo senza acqua e cibo
da non so quante ore.
Entriamo nel primo locale che troviamo e ci ‘ammazziamo’ letteralmente di
carne alla griglia, con pochi euro mangiamo più di quello che abbiamo mangiato
in tutto il viaggio.
Sullo schermo davanti a noi trasmettono Grosso guaio a Chinatown di John
Carpenter. In albanese.
Uno splendido Kurt Russell che pronuncia la mitica
battuta che ricordo a memoria: “Qui è Jack Burton, del pork-chop express, che
parla a chiunque sia in ascolto. Come dicevo sempre alla mia ultima moglie, io
mi rifiuto di guidare più veloce di quanto possa vedere, e a parte questo è
solo una questione di riflessi. I consigli del vecchio Pork-Chop Express sono
preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando qualche maniaco
alto due metri e mezzo con l'occhio sanguigno vi artiglia il collo e vi pianta
l'unica testa che avete contro la parete di un bar chiedendovi se avete pagato
il conto... Voi fissate a vostra volta il primitivo negli occhi e ricordatevi
quello che il vecchio Jack dice sempre in casi come questi. Domanda: Jack hai
pagato il conto?. Si ti ho spedito l'assegno per posta. Ragazzi con questo non
voglio dire che sono un uomo di mondo e che la vita per me non ha più segreti,
anzi, sono convinto che il nostro pianeta ci riservi ancora molte sorprese e
che bisogna essere dei deficienti per credere che in questo universo siamo soli.”

In albanese. Tutto ciò è magnifico.