Scritto da Luca 'Pelo' Spada
“Che strano azzurro che è il cielo stamattina“,penso aprendo gli occhi.
Poi ricordo che l'azzurro che sto vedendo è la stoffa della tenda che ci ha riparato nella ventosa notte precedente.
Gli altri sono già davanti alla colazione.esco dalla tenda, attorno il solito cielo azzurro,sabbia e qualche cespuglio. Facciamo colazione con pane,formaggini,succhi brioche e marmellata. Pochi scambi di parole tra di noi per capire che il vento forte non ci ha fatto dormire granché ma siamo comunque riposati e carichi per l atmosfera surreale del posto in cui abbiamo passato le ultime ore.corro sulla collina per osservare per l ultima volta quel cratere infuocato.è veramente incredibile e unico. Dopo qualche minuto la guida ci richiama alla realtà.
Partiamo, tra me penso se tornerò mai a rivedere quel posto così unico nella vita. Mi rispondo che sarà impossibile ma nella vita il domani è un mistero. Vediamo altri due crateri,per origine uguali al precedente ma ci sorprendono di meno poiché uno è pieno di fango, l altro d acqua.
Proseguiamo in direzione della capitale, ashgabat. La guida è decisamente più tranquilla della folle corsa del giorno prima.dal finestrino osservo le dune del deserto spezzate da vari cespugli. Nessun villaggio sulla strada,nessuna abitazione. Solo qualche cammello ogni tanto ci distrae da un paesaggio formato unicamente da deserto e cielo azzurro.poi ad un tratto notiam delle abitazioni,siamo giunti a un villaggio.
ci fermiamo per far due passi.“Polvere e rottami“ è probabilmente l espressione adatta per descriverlo dopo un paio di minuti d osservazione.ma camminando veniamo affascinati da questo posto, da questa vita. Ci sono capanne,varie case in cemento senza rifinitura,cammelli,capre e galline.
Troviamo poi un pozzo,due forni e una piccola moschea.le persone sembrano nascondersi da noi mentre i bambini come al solito sono entusiasti e ci salutano e seguono.quando cerchiamo di intrattenere una conversazione con dei saldatori si dimostrano cordiali e ci permettono di osservare la loro officina. Gli utensili dei saldatori si perdono nella sabbia del deserto appena depositati a terra. Ce ne andiamo pensando a come possa essere difficile vivere e autosostenersi in un posto come quello.io invece penso che se fossi un bambino mi divertirei da mattina a sera in un posto così. Probabilmente giocherei con cammelli, proverei a costruire qualcosa con i tanti pezzi di rottami presenti oppure creerei forme con sabbia e acqua.
sulla strada per asgabath mi addormento pensando a quanto potrà essere polverosa una capitale costruita nel deserto. “welcome to asgabath“ sento dire nel sedile di fronte. Apro gli occhi.
Traffico e grandi strade.in fondo delle montagne non troppo alte che potrebbero essere definite delle colline.alle loro pendici la città. Entriamo. Stupore è l espressione sui nostri volti. Tutti a bocca aperta. La città è pulita, ordinata e decorata. Ogni cosa appare perfetta o almeno quella è l idea che quella città ci vuol dare entrandoci. Sembra una città da fiaba. “non ho mai visto una città così “ dice il tavola.
Come smentirlo? Andiamo all hotel prenotatoci dall agenzia del Turkmenistan. Un 4 stelle. Restiamo increduli per la bellezza dell hotel.
Appena scopriamo che c è una piscina pensiamo solo a buttarci dentro. Leggende narrano che l acqua della piscina si sia scurita dopo la nostra immersione ma fortunatamente sembra che i presenti non se ne siano accorti. Passiamo il pomeriggio lì, nuotando e rilassandoci. Prima e forse unica parte del viaggio più da vacanzieri che da viaggiatori. Alla sera visitiamo la città. Se la città è una vera e propria “perla nel deserto“ non possiamo dire che la gente sia bella come la città. Capiamo subito che la cordialità uzbeka o kirghiza è ormai un buon ricordo. Le persone sono diffidenti e non ci aiutano volentieri.camminiamo nel terrore che a ogni foto fatta una guardia ci richiami.
Mangiamo tra i grugniti di una cameriera che probabilmente non apprezza gli stranieri.scopriamo che alle 23 tutto chiude anche in capitale quindi ci dirigiamo verso l hotel per riposare.
Senza alcuna pretesa ci dirigiamo al discobar dell hotel, appena dentro ci meravigliamo nel vedere un sacco di gente ballare e bere. “non abbiamo soldi turkmeni,come facciamo?“ dico agli altri. Mi appoggio a un pilastro per osservare la sala da ballo, quando delle parole incomprensibili mi urlano nell orecchia. Sono le parole di un kazako che appena scoperto la mia origine italiana mi invita a bere e mangiare con un suo amico.“ci sono anche i miei amici“ gli urlo e così nel tempo che segue ci vediamo offrire giri di vodka e frutta. Ci buttiamo a ballare, certamente aiutati dall effetto che la vodka ha su di noi. Balliamo fino a tardi, fino a quando la sala da ballo è quasi vuota. Andiamo a dormire. Lughes e Erminio si sono chiusi fuori dalla loro stanza e sono in giro in mutande. Mi offro di scendere al piano terra per prendere le chiavi di scorta.una musica lounge in ascensore e il paesaggio notturno di una città addormentata mi accompagnano al piano terra.apriamo la stanza e possiamo dormire. La vodka si sente ancora. “Domani partiamo per l Iran“ penso. Fatico ad immaginarmelo, non vedo l ora di respirarlo. Chi lo conosce me ne ha parlato benissimo. Un mio amico prima di partire mi disse “vai in Iran?ma non c è la guerra?“. Mi addormento sorridendo nel pensare a quel momento.










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