Ormai siamo agli sgoccioli! Domani alle ore 14.00 abbiamo il volo destinazione Bishkek.
Anche quest'anno il motto Ciao Mamma Vado in Kirgikistan è validissimo!
GO GO GO!
State sintonizzati perchè gli aggiornamenti arriveranno quotidianamente... almeno lo speriamo :)
Via della Seta
L'idea di Ciaomamma è molto semplice. Dare testimonianza di un viaggio in posti poco visitati dai turisti. Sulle orme di Marco Polo. Se l'ha fatto lui nel 1300 vuoi che non ci riusciremo pure noi?
giovedì 14 agosto 2014
lunedì 27 gennaio 2014
Sulle onde del mare
“La prima classe
costa millelire, la seconda cento, la terza rumore e spavento”. Sulle note
della famosa canzone di De Gregori saliamo sulla nave che ci porterà da Durazzo
a Bari. L’Italia è lì davanti a noi. Solo pochi kilometri di mare ci mancano
per il ritorno in “MadrePatria”.
Il traghetto si
chiama “AF Claudia” e capiamo subito che siamo gli unici italiani a bordo, come
al solito del resto. “La terza rumore e spavento” è chiaramente la classe che
ci è più consona, pertanto appena saliti girovaghiamo in cerca di un posto dove
poter passare “ragionevolmente” la notte.
Quando saliamo tutti
i posti migliori sono già accaparrati e i pontili sono tutti pieni. Andiamo a
goderci sul retro del traghetto la partenza – con il solito ritardo di circa
due ore – e il momento in cui lasciamo la terra ferma. E’ l’ultimo momento dopo
molto tempo in cui non siamo su suolo straniero. L’indomani saremo a casa. Ce
l’abbiamo quasi fatta. Se il traghetto regge quelle poche miglia potremo
raggiungere l’Italia e terminare la nostra Via della Seta.
Procediamo alla ricerca
di un posto in cui dormire e ci fermiamo in una vecchia sala, probabilmente dedicata
alle proiezioni. Le sedie sono quelle che si trovano nei cinema. La luce non va
ma è quasi tutta libera, abbastanza silenziosa e praticamente l’unica nostra
scelta possibile.
La stanza che abbiamo scelto è buia e umida; umidità accentuata da una “simil”
aria condizionata che sputa fuori un mix di polvere e leggera brezza.
I bocchettoni emettono un rumore continuo e cadenzato, come i cingoli sulle
rotaie di un treno a vapore.
La luce al neon va e viene e lo scricchiolio della seggiola rotta di una
signora grassa, bionda e dell’est, alla mia sinistra, sono tutte cose che mi rendono
faticoso prender sonno.
E’ la sesta notte che non dormiamo in un letto.
Tirando un po’ giù i sedili e creando una specie di letto con tre di queste
sedie riusciamo a dormire sdraiati. Rispetto alle ultime notti è un lusso che
ci rende felici.
Il Tavola invece preferisce l’umidità della moquettes, ma del resto per uno che è riuscito a dormire su una
vetta a duemila metri con il solo sacco a pelo sul terreno senza una tenda e
senza un materassino questo è assolutamente da dilettanti.
Ci addormentiamo stanchi e felici. Nella mente fissiamo il mare e vediamo
la schiuma bianca dell’acqua che si infrange sulla AF Claudia. Ci sentiamo come
una piuma, siamo leggeri e sereni e piano piano le onde si trasformano in nubi,
si trasformano in pecorelle da contare. Uno, due, tre, quattro, cinque…
giovedì 2 gennaio 2014
Domanda: Jack hai pagato il conto? Si ti ho spedito l'assegno per posta
Il risveglio come al
solito non è dei più comodi. Ormai le notte in un letto non le ricordiamo
neanche più. Siamo quasi abituati a dormire seduti e il nostro collo non si
lamenta più a seguire l’ondeggiare delle curve della strada.
Alle otto di mattina
arriviamo a Tirana dopo aver intravisto con le prime luci dell’alba
l’entroterra Albanese. Si vede che è una nazione povera per essere europea ma
di primo impatto è molto meglio di quanto mi aspettassi. Credo che il
Montenegro, per esempio, che è confinante a nord con l’Albania sia molto più
povero. Arrivati a Tirana, in una delle prime fermate di periferia, salutiamo
Gezimi e lo ringraziamo con abbracci di rito e scambio dei numeri cellulari. E’
proprio un brav’uomo, spero per lui che la situazione di salute di suo nipote
migliori presto.
Non abbiamo un
albergo e quindi dovremo portarci dietro gli zaini per tutto il viaggio. Ormai
intravediamo la fine e quindi la stanchezza si fa sentire ancora di più.
Stanchezza puttana e canaglia.
Facciamo un giro in
centro e capiamo subito che non c’è molto da vedere a Tirana.
Tirana è la capitale
dell’Albania ma non arriva nemmeno a cinquecentomila abitanti. La città è sede
di istituzioni pubbliche, università, e il centro della vita amministrativa,
politica, economica e culturale del paese.
Oltre alla piazza
Skandenbeg situata nel centro che prende il nome dall’ononimo eroee nazionale
si trovano il Palazzo dell’Opera, la torre dell’Orologio e la Moschea e qualche
altro edificio interessante.
Una statua dello
stesso Skandenbeg, che combattè contro il potente impero turco e riuscì
mantenerlo fuori dai confini per oltre vent’anni, a cavallo al lato della
bandiera nazionale è sicuramente il simbolo che ti rimane più impresso dopo una
visita a Tirana.
Arrivati in un punto arrivano i problemi. Abbiamo poco più di quarant’otto
ore prima di iniziare la nostra giornata lavorativa in ufficio e siamo ancora a
millequattrocento kilometri da Milano.
Non possiamo assolutamente ritardare la data del rientro lavorativo. Dal
piano originale l’idea è quella di noleggiare una macchina qui a Tirana e
tornare a Milano lasciandola là. Con questo piano avremo la possibilità di
passare per Montenegro, Croazia e Slovenia. Il tempo stimato è di circa
sedici-diciassette ore, pertanto avremmo la possibilità di visitare qualcosa
nel tragitto.
Io conosco Kotor in Montenegro e Dubrovnik in Croazia che meriterebbero una
giornata minino per una. Noi al massimo avremmo qualche ora.
Proviamo a vedere se troviamo qualche cartello ‘Rent a car’ nel centro ma
dopo due rapide interviste ai locali capiamo che è meglio andare in aeroporto.
Troviamo facilmente la navetta e andiamo alla ricerca di una macchina a
nolo. L’aeroporto sembra elegante e innovativo, seppur di piccole dimensioni.
Entrando vediamo Hertz, Avis e una piccola agenzia di noleggio auto. Proviamo
subito con la più piccola ma ci rispondono che fanno nolo solo all’interno dell’Albania.
Scontato.
Ma qui abbiamo l’ennesima sorpresa del nostro viaggio. Anche Hertz e Avis
ci rimbalzano. Dicono che è infattibile. Che costerebbe più del triplo di un
viaggio normale. Ci guardiamo stupiti. Dal sito era possibile. Il Pelo aveva
chiamato e gli era stato detto che era fattibilissimo.
Una sua amica albanese gli aveva confermato che tutti gli anni fa così.
Niente da fare. Non per noi.
Questo è uno dei momenti più complessi di tutto il viaggio, probabilmente
secondo solo al pomeriggio di Samarcanda senza soldi e senza la tappa
successiva pianificata. Siamo lì vicini alla meta e non sappiamo come tornare.
C’è anche il tempo che scorre inesorabile che desta preoccupazione.
Il Pelo inizia ad accusare anche lui la fatica dopo aver lottato come un
leone per tutto il viaggio. Non ci crede che il call center dell’Avis gli aveva
detto di star tranquillo, che non ci sarebbero stati problemi e ora, invece, di
problemi ne abbiamo molti.
Riprendiamo la navetta per tornare in centro, in aeroporto non possiam far
più nulla… se non prendere un aereo, ma quello non lo faremo mai!
Arrivati in centro, esattamente dove eravamo stati lasciati dal bus che ci
avevamo da Istanbul iniziamo a vagabondare per la città. Gli zaini pesano e noi
non abbiamo un piano. Il sole ci accarezza la fronte e ci avvisa del tempo che
scorre.
Poi, ad un tratto, vediamo una
ragazza bionda, con un fisico mozzafiato e volto d’angelo. E’ un’apparizione.
Non ci crediamo. E’ dietro a una bancone che fissa il monitor annoiata.
Alziamo la testa e un cartello con scritto ‘Tirana-Durazzo-Bari-Milano-Bergamo’
ci fa capire che stiamo proprio sognando. Non può essere reale.
Io, il Tavola e il Pelo ci guardiamo increduli, la soluzione non può essere
lì davanti a noi servita su un piatto d’argento da un angelo dai capelli
dorati.
Proviamo ad entrare ma sappiamo che non sarà possibile, che non ci saranno
biglietti, che la prima domanda sarà: ”Ma perché non prendete un aereo?”.
Entriamo e la ragazza ci fissa, guarda il nostro aspetto più che malandato
dal viaggio e abbozza un sorriso.
Non abbiamo la forza di abbozzare una conversazione in inglese, andiamo con
l’italiano.
Risponde! Lo ha studiato a scuola. Le facciamo mille domande e le chiediamo
un modo per tornare a casa. Le spieghiamo che dobbiamo rientrare a lavoro.
Sbatte le sue sopracciglia sensuali, tira su la spallina del vestitino
estivo che le esulta le giovani curve e ci dice:” Ma perché non prendete un
aereo?”.
Rispondile tu Pelo, io non ne ho la forza – gli dico.
E così il buon Pelo gli racconta la nostra epopea, il nostro viaggio in
compagnia di Marco Polo. I suoi occhi si accendono – lei non ha mai viaggiato e
le piacerebbe moltissimo – studia e lavora sette giorni su sette, in quel
momento ci vede come degli avventurieri che hanno attraversato mezzo mondo e si
scorda per qualche minuto del nostro aspetto fisico praticamente impresentabile
e del nostro odore di umanità che ci portiamo dietro grazie a quattro notti
senza toccare un letto e senza lavarci.
Traghetto Durazzo-Bari e poi pullman fino a Milano, novanta euro tutto
compreso; con anche la navetta per arrivare a Durazzo. Arrivo stimato a Milano
per le venti del giorno seguente. Con ben dodici ore di anticipo sull’orario di
inizio lavoro in ufficio. Ecco la nostra soluzione. Ecco la prossima tappa.
Ora possiamo rilassarci. Lasciamo i bagagli al nostro angelo e cerchiamo un
posto per mangiare qualcosa. Sono già le quattordici e siamo senza acqua e cibo
da non so quante ore.
Entriamo nel primo locale che troviamo e ci ‘ammazziamo’ letteralmente di
carne alla griglia, con pochi euro mangiamo più di quello che abbiamo mangiato
in tutto il viaggio.
Sullo schermo davanti a noi trasmettono Grosso guaio a Chinatown di John
Carpenter. In albanese.
Uno splendido Kurt Russell che pronuncia la mitica
battuta che ricordo a memoria: “Qui è Jack Burton, del pork-chop express, che
parla a chiunque sia in ascolto. Come dicevo sempre alla mia ultima moglie, io
mi rifiuto di guidare più veloce di quanto possa vedere, e a parte questo è
solo una questione di riflessi. I consigli del vecchio Pork-Chop Express sono
preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando qualche maniaco
alto due metri e mezzo con l'occhio sanguigno vi artiglia il collo e vi pianta
l'unica testa che avete contro la parete di un bar chiedendovi se avete pagato
il conto... Voi fissate a vostra volta il primitivo negli occhi e ricordatevi
quello che il vecchio Jack dice sempre in casi come questi. Domanda: Jack hai
pagato il conto?. Si ti ho spedito l'assegno per posta. Ragazzi con questo non
voglio dire che sono un uomo di mondo e che la vita per me non ha più segreti,
anzi, sono convinto che il nostro pianeta ci riservi ancora molte sorprese e
che bisogna essere dei deficienti per credere che in questo universo siamo soli.”
In albanese. Tutto ciò è magnifico.
martedì 29 ottobre 2013
Il vecchio continente
Alle 8.23 iniziamo a
vedere Istanbul. Ce la troviamo davanti dopo più di venti ore di strada dritta.
Abbiamo tagliato la Turchia come un coltello liscio e accuminato taglia un
panetto di burro.
Passiamo il cartello ‘Welcome to Europe’ attraversando il
ponte sulle stretto del Bosforo, ma purtroppo non riusciamo a fotografarlo. La
sensazione è quella dell’arrivo anche se siamo a quasi duemila kilometri da
casa.
Il tempo che possiamo
dedicare a Istanbul è veramente poco, tra esattamente tre giorni dobbiamo
essere in Italia. Tutti inizieremo a lavorare. Non possiamo sgarrare e la
strada è ancora lunga.
Dedichiamo tutta la
mattinata e il primo pomeriggio alla visita della città. Ci dirigiamo nella
zona dove sono posizionate le maggiori attrazioni turistiche Agia Sofia (la
basilica di Santa Sofia) e il Sultan
Ahmet Camii, la Moschea Blu.
Nei pressi di queste
stupende costruzioni troviamo una cosa che ci fa scoppiare a ridere, è l’Expo
Silk Road. Una manifestazione all’aperto in cui in ogni banchetto vengono
venduti i gadget, gli oggetti e i prodotti tipici dei paesi che sono
attraversati dalla via della Seta.
Per noi è come
ripercorrere il nostro viaggio. Vediamo le yurte kirghize, i piatti in ceramica
uzbeka, le sciarpe persiane e rifacciamo a ritroso il percorso.
Concludiamo con un
giro per il centro senza una meta e subito dopo pranzo terminata la visita da
turisti – ci vorrebbe molto più tempo – ci rimettiamo al lavoro per raggiungere
il nostro obiettivo: tornare a casa.
Nella nostra idea
originale avremmo dovuto affittare una macchina a Istanbul e tornare fino a
Milano con il mezzo affittato. Quando però arriviamo all’aeroporto Ataturk
capiamo che forse la nostra idea era troppo ingenua. Ci dicono che è
impossibile uscire dalla Turchia con una macchina a nolo. La Turchia è fuori
dall’Unione Europea – capirai che scoperta – e quindi ci lasciano con un pugno
di mosche in mano.
Siamo alle solite, ma
ormai abbiamo le spalle larghe. Troveremo una soluzione alternativa. Andiamo
alla stazione dei bus internazionali e capiamo quale strada è meglio fare per
il ritorno a casa.
Mentre ci rechiamo
alla stazione, il Tavola fa l’amara scoperta: gli hanno rubato il portafogli
che teneva nello zaino.
Fa mente locale e
capisce che gliel’hanno rubato sul bus da Teheran a Istanbul. Non è difficile
capire che il miglior nemico del Pelo, il Merdoso, alla fine ha vinto la sua
diatriba personale e oltre a tutto quello che ci ha fatto passare ci ha anche
rubato negli zaini.
Io sono rimasto l’unico
indenne, al Tavolo come detto il portafogli e al Pelo mancavano tutte le monete
di tutte le nazioni che aveva collezionato.
Per fortuna le cose
di maggior valore le tenevamo addosso.
Alla fine il computo
totale del furto è:
- - Monetine
da collezione delle nazioni percorse
-
Portafogli
del Tavola
- - Carta
prepagata del Tavola senza pin disponibile
- - Cartaccia
varia
Non è un gran
bottino, ma ci ha dato comunque fastidio.
Arrivati alla
stazione dei bus capiamo che le possibilità sono due: procedere attraverso gli
stati balcani oppure passare da sotto e passare la Grecia per arrivare fino in
Albania. Da lì poi capiremo che strada fare.
Dopo un veloce
breafing e col pulmann quasi in partenza propendiamo per fare Istanbul-Tirana e
alle 16.00 siamo già in viaggio.
Sul pulman siamo gli
unici italiani. Ci prendono tutti subito in simpatia. Per loro è pazzesco che
degli italiano facciano quella tratta.
Conosciamo Gsim, un
signore albanese sulla cinquantina. Parla italiano molto bene e quindi è facile
comunicare. Ha il nipote ricoverato ad Ankara per una brutta malattia e quindi
viaggia molto spesso. Dice che in Albania non ci sono le strutture per curarlo
come si deve. Ha fatto mille lavori,
dai sottotetti in
carton-gesso fino a gestire un bar.
Ora è disoccupato.
Alla prima tappa per i bisogni ci offre un gelato e praticamente parliamo tutto
il lungo viaggio fino a Tirana.
Tra Grecia e Turchia
non corre buon sangue – vedi gestione delle problematiche cipriote – e quindi
le frontiere sono un vero delirio. Stiamo fermi quasi due ore senza capire perché
la coda non si smaltisce.
Poi finalmente
passiamo. Siamo stanchi come al solito. Passeremo l’ennesima notte dormendo in
bus. Ma anche a questo ormai siamo abituati.
Ci svegliamo in piena
notte per una pausa e Gsim ci porta sul pullman dei dolcetti greci. Ci racconta
che sa parlare il greco e che ha lavorato lì per anni. A lui i greci stanno
simpatici e non ha problemi con loro. Anzi è felice di parlare greco visto che
non lo parla da molti anni.
Apprezziamo il gesto
e mangiamo i dolcetti. Gsim è veramente una carissima persona.
Certo che svegliarsi
alle tre di notte, dopo quattro notti che non si vede un letto, su un pullman
che ti porta da Istanbul a Tirana e dover mangiare un Baklava non è molto
salutare. Ma del resto καλή όρεξη (buon appetito!).
lunedì 23 settembre 2013
Viaggio della speranza
Vediamo per la terza volta di seguito l'alba iraniana. Il risveglio infreddolito sul bus è come al solito confusionario.
Veniamo scaricati al terminal Arzhantin di Teheran e siamo ancora addormentati. Non sappiamo bene cosa fare e dove andare. Siamo disorientati.
Siamo in attesa di Roya per capire come recuperare i bagagli e rimetterci in viaggio verso casa.
Speriamo che la sua amica stia meglio.
Un buon chai caldo fa sempre bene sia per le attese sia per il freddo e dopo aver dormito una mezz'oretta su una panchina, ci riscaldiamo così.
Ci svegliamo con il suono del telefono che suona. E' Roya che ci chiama.
Ha passato la notte in ospedale e ha dormito solo un'ora. Dice che le dispiace molto che non ci può portare al mare (noi di più per la sua amica) e che ci aiuterà a proseguire il viaggio.
Ci accompagna in stazione per cercare il pulmann per Istanbul. Quasi tutte sono piene. Il rischio di non partire è ormai molto alto. Iniziamo a pensare all'ennessimo cambio di programma, fino a che suo cugino ci chiama e ci dice che ha trovato una compagnia che ha ancora dei posti liberi.
Li prendiamo possiamo partire. Il pullmann partirà alle 13.00 e il viaggio durerà quaranta ore. Sì, quaranta ore.
A scriverlo sembra tanto. Ma a viverlo ancora di più. Sarà un'esperienza nuova.
Mancano due ore alla partenza così Roya e suo cugino ci portano a casa per una doccia - che ci salva la vita e anche la dignità.
Ci prepara degli ottimi panini e siamo pronti alla partenza del viaggio della speranza.
Quaranta ore di pullman. Ripeto. Vedendo gli altri ritmi prevediamo siano anche di più.
Partiamo alle 13.24, salutando moltissimo Roya e il cugino, e ci mettiamo il cuore in pace.
Il viaggio procede lento fino alle 19.00 quando il pullman si ferma di nuovo. Un'ora e venticinque minuti fermi e dopo mille magheggi l'autista riparte e il pullman sembra funzionare nuovamente.
Abbiamo già racimolato due ore di ritardo.
All'1.13 ci sveglia il tipo che aiuta l 'autista. Ci chiede il biglietto. Poi ci dice che dobbiamo spostarci davanti.
Al posto di persone che c'erano da inizio viaggio. Non capiamo. Abbiamo passato da poco Tabriz. Siamo assonnati. Proviamo a desistere. Ma alla fine ci spostiamo.
Poi quando ci sediamo capiamo. C'è un rumore continuo. Come se non fosse inserita la cintura. Bling. Bling. E' un martello. Protestiamo.
Un'ora così.
Poi intorno alle 2.00 accostano. Fanno magheggi. E il rumore cessa. Ma come?? Pensiamo noi...bah...
Alle 2.17 fermata per la cena.
Abbiam passato di circa un centinaio di km Tabriz. Noi avevamo il panino di Roya e quindi non abbiamo fame.
Vado solo a prendere da bere.
Ab (acqua) - chiedo a un signore anziano che gestisce delle fiches in stile casino'.
Na - risponde.
In effetti non vedo acqua. Indico un orange juice.
Na - risponde.
Viene in mio soccorso un ragazzo persiano che parla inglese che avevamo conosciuto prima, si chiama Afshin. E' molto simpatico e si vede che vuole fare amicizia.
Dopo un estenuante trattativa col vecchio riesce a prendermi tre aranciate. Me le ha offerte, dice che sono suo ospite.
Dice che è' un posto di frontiera.
Che se non mangi non ti danno da bere. Bel modo di fare business, penso e sorrido.
Ringrazio molto il ragazzo e torno sul pulman.
Arriviamo in frontiera alle 5:30.
Il passaggio in frontiera è un vero casino. Tutto l'opposto dell'ottimizzazione dei processi. Il pelo dice:'Organizza il flusso di processo di questa frontiera. Ottimizzalo. Poi stravolgilo al contrario ed ecco che viene fuori quello che bisogna fare qui.'
Un casino totale.
Un tizio della frontiera non ci fa passare sotto il metal detector quando gli spieghiamo che siamo turisti (la vodka kirgiza è salva!) e poi un altro tipo mi dice che il nostro visto è scaduto. Gli spiego che è impossibile. Gli faccio i conti a mano e capisce. Mi conferma che è corretto.
Prende i passaporti e se ne va. Non capiamo cosa bisogna fare.
Attendiandiamo. Proviamo a chiamarlo. Niente.
In tanto la gente è in fila. Proviamo a spiegare ma niente da fare.
Praticamente siamo ultimi in una fila interminabile. Non c'è problema. Non abbiamo fretta.
Arrivati al termine della fila e con la paura che ci sia qualche problema il tipo si accende e si ricorda dei nostri passaporti. Gli da un'occhiata veloce e ce li da. Dillo prima no...
Passiamo la frontiera turca senza problemi e ci mettiamo a far colazione con i ragazzi persiani amici di Afshin all'aperto.
Sono le 7:43 col cambio di fuso. Anche stanotte non abbiamo dormito.
Il Monte Ararat è lì davanti a noi. Imponente. Maestoso. Simbolo di questa zona.
Io parlo spesso con Afshin. Con il nostro inglese stentato ci capiamo a meraviglia.
Ormai conosciamo tutto il pulman.
Shai una signora iraniania presa bene che parlo un po' persiano.
Sahar e ' una ragazza persiana. La madre divorziata vive vicino a Istanbul in un paese che si chiama Chor.
E' bello vedere che dopo aver superato la frontiera le donne (evidentemente non islamiche) si tolgono il velo e si sciolgono i capelli. I ragazzi si mettono i pantaloni corti e ci raccontano che vanno a Istanbul per fare festa, ballare e bere alcool.
Il nostro 'amico' faccendiere che ci ha messo nei posti davanti continua la sua battaglia personale col Pelo.
Tira giù i piedi. E il Pelo li rimette su.
Ho bisogno dello zaino. Ora sto pulendo il pullman.
Tira giù i piedi. E piedi rivanno su.
Tutti questi dialoghi senza capirsi a parole. Solo a gesti, espressioni del volto, imprecazioni nella proprio lingua e quindi incomprensibili all'altro e grugniti quando l'altro non capisce o fa finta di non capire. E' una battaglia alla pari.
Al momento non c'è nessun vincitore. Quando passa in vantaggio uno, l'altro recupera.
Obiettivo rompersi i coglioni a vicenda il più possibile. Ormai è odio allo stato puro.
La Turchia vola veloce. Ci sono molti pezzi montuosi. Le strade sono buone e noi dobbiamo sempre andare dritti. Facciamo dei pezzi in cui arriviamo fino a 2000 metri.
Il mio cellulare è quasi scarico pertanto chiedo all'autista molto gentile - l'unico non gentile è l'amico del pelo che ormai abbiamo soprannominato 'Il Merdoso' - se posso caricarlo nella presa USB della radio.
Non avevo fatto i conti col fatto che sarebbe partita la mia musica a tutto volume. Sulle montagne turche, in un pullman di iraniani inizia a cantare la voce speciale di Pierangelo Bertoli.
E' un momento magico. Mi lascio trasportare tra le parole dure come pietre di 'A muso duro' mentre gli iraniani non capiscono niente e dalle loro facce si capisce che alcuni sono curiosi e contenti, altri invece non apprezzano e insultano.
Veniamo scaricati al terminal Arzhantin di Teheran e siamo ancora addormentati. Non sappiamo bene cosa fare e dove andare. Siamo disorientati.
Siamo in attesa di Roya per capire come recuperare i bagagli e rimetterci in viaggio verso casa.
Speriamo che la sua amica stia meglio.
Un buon chai caldo fa sempre bene sia per le attese sia per il freddo e dopo aver dormito una mezz'oretta su una panchina, ci riscaldiamo così.
Ci svegliamo con il suono del telefono che suona. E' Roya che ci chiama.
Ha passato la notte in ospedale e ha dormito solo un'ora. Dice che le dispiace molto che non ci può portare al mare (noi di più per la sua amica) e che ci aiuterà a proseguire il viaggio.
Ci accompagna in stazione per cercare il pulmann per Istanbul. Quasi tutte sono piene. Il rischio di non partire è ormai molto alto. Iniziamo a pensare all'ennessimo cambio di programma, fino a che suo cugino ci chiama e ci dice che ha trovato una compagnia che ha ancora dei posti liberi.
Li prendiamo possiamo partire. Il pullmann partirà alle 13.00 e il viaggio durerà quaranta ore. Sì, quaranta ore.
A scriverlo sembra tanto. Ma a viverlo ancora di più. Sarà un'esperienza nuova.
Mancano due ore alla partenza così Roya e suo cugino ci portano a casa per una doccia - che ci salva la vita e anche la dignità.
Ci prepara degli ottimi panini e siamo pronti alla partenza del viaggio della speranza.
Quaranta ore di pullman. Ripeto. Vedendo gli altri ritmi prevediamo siano anche di più.
Partiamo alle 13.24, salutando moltissimo Roya e il cugino, e ci mettiamo il cuore in pace.
Per quaranta ore non avremo fretta e non dovremo prendere decisioni o risolvere problemi. Forse.
Alle 14.32 capiamo che non sarà così il viaggio.
Siamo già fermi. Non capiamo perchè. Poi vediamo che due dei faccendieri del pullman iniziano a smaneggiare il motore. Ci mettiamo le mani nei capelli e capiamo che i problemi sono solo all'inizio.
Alle 14.32 capiamo che non sarà così il viaggio.
Siamo già fermi. Non capiamo perchè. Poi vediamo che due dei faccendieri del pullman iniziano a smaneggiare il motore. Ci mettiamo le mani nei capelli e capiamo che i problemi sono solo all'inizio.
Il viaggio procede lento fino alle 19.00 quando il pullman si ferma di nuovo. Un'ora e venticinque minuti fermi e dopo mille magheggi l'autista riparte e il pullman sembra funzionare nuovamente.
Abbiamo già racimolato due ore di ritardo.
All'1.13 ci sveglia il tipo che aiuta l 'autista. Ci chiede il biglietto. Poi ci dice che dobbiamo spostarci davanti.
Al posto di persone che c'erano da inizio viaggio. Non capiamo. Abbiamo passato da poco Tabriz. Siamo assonnati. Proviamo a desistere. Ma alla fine ci spostiamo.
Poi quando ci sediamo capiamo. C'è un rumore continuo. Come se non fosse inserita la cintura. Bling. Bling. E' un martello. Protestiamo.
Un'ora così.
Poi intorno alle 2.00 accostano. Fanno magheggi. E il rumore cessa. Ma come?? Pensiamo noi...bah...
Alle 2.17 fermata per la cena.
Abbiam passato di circa un centinaio di km Tabriz. Noi avevamo il panino di Roya e quindi non abbiamo fame.
Vado solo a prendere da bere.
Ab (acqua) - chiedo a un signore anziano che gestisce delle fiches in stile casino'.
Na - risponde.
In effetti non vedo acqua. Indico un orange juice.
Na - risponde.
Viene in mio soccorso un ragazzo persiano che parla inglese che avevamo conosciuto prima, si chiama Afshin. E' molto simpatico e si vede che vuole fare amicizia.
Dopo un estenuante trattativa col vecchio riesce a prendermi tre aranciate. Me le ha offerte, dice che sono suo ospite.
Dice che è' un posto di frontiera.
Che se non mangi non ti danno da bere. Bel modo di fare business, penso e sorrido.
Ringrazio molto il ragazzo e torno sul pulman.
Arriviamo in frontiera alle 5:30.
Il passaggio in frontiera è un vero casino. Tutto l'opposto dell'ottimizzazione dei processi. Il pelo dice:'Organizza il flusso di processo di questa frontiera. Ottimizzalo. Poi stravolgilo al contrario ed ecco che viene fuori quello che bisogna fare qui.'
Un casino totale.
Un tizio della frontiera non ci fa passare sotto il metal detector quando gli spieghiamo che siamo turisti (la vodka kirgiza è salva!) e poi un altro tipo mi dice che il nostro visto è scaduto. Gli spiego che è impossibile. Gli faccio i conti a mano e capisce. Mi conferma che è corretto.
Prende i passaporti e se ne va. Non capiamo cosa bisogna fare.
Attendiandiamo. Proviamo a chiamarlo. Niente.
In tanto la gente è in fila. Proviamo a spiegare ma niente da fare.
Praticamente siamo ultimi in una fila interminabile. Non c'è problema. Non abbiamo fretta.
Arrivati al termine della fila e con la paura che ci sia qualche problema il tipo si accende e si ricorda dei nostri passaporti. Gli da un'occhiata veloce e ce li da. Dillo prima no...
Passiamo la frontiera turca senza problemi e ci mettiamo a far colazione con i ragazzi persiani amici di Afshin all'aperto.
Sono le 7:43 col cambio di fuso. Anche stanotte non abbiamo dormito.
Il Monte Ararat è lì davanti a noi. Imponente. Maestoso. Simbolo di questa zona.
E' un monte pieno di storia. Secondo la Bibbia, Noè approdò sulla sua cima dopo che il diluvio universale, scatenato da Dio per punire gli uomini terminò dopo 150 giorni (circa 5 mesi).
La leggenda vuole che l'Arca di Noè sia ancora sulla montagna, come riferito da alcuni viaggiatori, tra cui Marco Polo.
Finalmente ripartiamo non prima di aver fatto una fotografia reale e una con la memoria fotografica in modo che questo momento rimanga impresso nella mia mente per tutta la vita.
Siamo in Turchia. Ormai la strada del ritorno sembra tutta in discesa.
Ormai con Afshin e i suoi due amici Said facciamo gruppetto sempre.
La leggenda vuole che l'Arca di Noè sia ancora sulla montagna, come riferito da alcuni viaggiatori, tra cui Marco Polo.
Finalmente ripartiamo non prima di aver fatto una fotografia reale e una con la memoria fotografica in modo che questo momento rimanga impresso nella mia mente per tutta la vita.
Siamo in Turchia. Ormai la strada del ritorno sembra tutta in discesa.
Ormai con Afshin e i suoi due amici Said facciamo gruppetto sempre.
Io parlo spesso con Afshin. Con il nostro inglese stentato ci capiamo a meraviglia.
Ormai conosciamo tutto il pulman.
Shai una signora iraniania presa bene che parlo un po' persiano.
Sahar e ' una ragazza persiana. La madre divorziata vive vicino a Istanbul in un paese che si chiama Chor.
E' bello vedere che dopo aver superato la frontiera le donne (evidentemente non islamiche) si tolgono il velo e si sciolgono i capelli. I ragazzi si mettono i pantaloni corti e ci raccontano che vanno a Istanbul per fare festa, ballare e bere alcool.
Il nostro 'amico' faccendiere che ci ha messo nei posti davanti continua la sua battaglia personale col Pelo.
Tira giù i piedi. E il Pelo li rimette su.
Ho bisogno dello zaino. Ora sto pulendo il pullman.
Tira giù i piedi. E piedi rivanno su.
Tutti questi dialoghi senza capirsi a parole. Solo a gesti, espressioni del volto, imprecazioni nella proprio lingua e quindi incomprensibili all'altro e grugniti quando l'altro non capisce o fa finta di non capire. E' una battaglia alla pari.
Al momento non c'è nessun vincitore. Quando passa in vantaggio uno, l'altro recupera.
Obiettivo rompersi i coglioni a vicenda il più possibile. Ormai è odio allo stato puro.
La Turchia vola veloce. Ci sono molti pezzi montuosi. Le strade sono buone e noi dobbiamo sempre andare dritti. Facciamo dei pezzi in cui arriviamo fino a 2000 metri.
Il mio cellulare è quasi scarico pertanto chiedo all'autista molto gentile - l'unico non gentile è l'amico del pelo che ormai abbiamo soprannominato 'Il Merdoso' - se posso caricarlo nella presa USB della radio.
Non avevo fatto i conti col fatto che sarebbe partita la mia musica a tutto volume. Sulle montagne turche, in un pullman di iraniani inizia a cantare la voce speciale di Pierangelo Bertoli.
E' un momento magico. Mi lascio trasportare tra le parole dure come pietre di 'A muso duro' mentre gli iraniani non capiscono niente e dalle loro facce si capisce che alcuni sono curiosi e contenti, altri invece non apprezzano e insultano.
Lo stesso Pelo e il Tavolo non conoscendo Bertoli e non apprezzando la sua musica denigrano i miei gusti musicali. Ormai solo contro il pullman intero mi godo questo fantastica canzone, mi godo le parole di Pierangelo Bertoli che hanno un sapore inimitabile tra le montagne rosse delle Turchia e mi riprendo l'iPhone.
Naturalmente ancora scarico.
La notte riusciamo a dormire discretamente bene finché l'autista non si mette a litigare con dei ragazzi - che scopriamo turchi.
Minaccia di farli scendere. Momenti di silenzio e momenti di urla. Poi ricade nuovamente il silenzio.
Finalmente riusciamo a riaddormentarci.
Abbiamo già passate le quaranta ore. Come avevamo preventivato il viaggio sarebbe stato molto, molto lungo.
Naturalmente ancora scarico.
La notte riusciamo a dormire discretamente bene finché l'autista non si mette a litigare con dei ragazzi - che scopriamo turchi.
Minaccia di farli scendere. Momenti di silenzio e momenti di urla. Poi ricade nuovamente il silenzio.
Finalmente riusciamo a riaddormentarci.
Abbiamo già passate le quaranta ore. Come avevamo preventivato il viaggio sarebbe stato molto, molto lungo.
venerdì 13 settembre 2013
Il poeta bergamasco
Di Luca 'Pelo' Spada
La prima stella in cielo,
30 ore seduto sullo stesso sedile,
Istanbul ancora lontana,
Turchi ridono senza sosta alle spalle,
“Figa se è lunga ancora“,
Il paesaggio di fronte spaccato dalla fine riga del vetro infranto e il merdoso qui davanti.
Fine
mercoledì 11 settembre 2013
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