Via della Seta

Via della Seta
L'idea di Ciaomamma è molto semplice. Dare testimonianza di un viaggio in posti poco visitati dai turisti. Sulle orme di Marco Polo. Se l'ha fatto lui nel 1300 vuoi che non ci riusciremo pure noi?

lunedì 27 gennaio 2014

Sulle onde del mare

“La prima classe costa millelire, la seconda cento, la terza rumore e spavento”. Sulle note della famosa canzone di De Gregori saliamo sulla nave che ci porterà da Durazzo a Bari. L’Italia è lì davanti a noi. Solo pochi kilometri di mare ci mancano per il ritorno in “MadrePatria”.
Il traghetto si chiama “AF Claudia” e capiamo subito che siamo gli unici italiani a bordo, come al solito del resto. “La terza rumore e spavento” è chiaramente la classe che ci è più consona, pertanto appena saliti girovaghiamo in cerca di un posto dove poter passare “ragionevolmente” la notte.
Quando saliamo tutti i posti migliori sono già accaparrati e i pontili sono tutti pieni. Andiamo a goderci sul retro del traghetto la partenza – con il solito ritardo di circa due ore – e il momento in cui lasciamo la terra ferma. E’ l’ultimo momento dopo molto tempo in cui non siamo su suolo straniero. L’indomani saremo a casa. Ce l’abbiamo quasi fatta. Se il traghetto regge quelle poche miglia potremo raggiungere l’Italia e terminare la nostra Via della Seta.
Procediamo alla ricerca di un posto in cui dormire e ci fermiamo in una vecchia sala, probabilmente dedicata alle proiezioni. Le sedie sono quelle che si trovano nei cinema. La luce non va ma è quasi tutta libera, abbastanza silenziosa e praticamente l’unica nostra scelta possibile.
La stanza che abbiamo scelto è buia e umida; umidità accentuata da una “simil” aria condizionata che sputa fuori un mix di polvere e leggera brezza.
I bocchettoni emettono un rumore continuo e cadenzato, come i cingoli sulle rotaie di un treno a vapore.
La luce al neon va e viene e lo scricchiolio della seggiola rotta di una signora grassa, bionda e dell’est, alla mia sinistra, sono tutte cose che mi rendono faticoso prender sonno.
E’ la sesta notte che non dormiamo in un letto.
Tirando un po’ giù i sedili e creando una specie di letto con tre di queste sedie riusciamo a dormire sdraiati. Rispetto alle ultime notti è un lusso che ci rende felici.
Il Tavola invece preferisce l’umidità della moquettes, ma del resto per uno che è riuscito a dormire su una vetta a duemila metri con il solo sacco a pelo sul terreno senza una tenda e senza un materassino questo è assolutamente da dilettanti.

Ci addormentiamo stanchi e felici. Nella mente fissiamo il mare e vediamo la schiuma bianca dell’acqua che si infrange sulla AF Claudia. Ci sentiamo come una piuma, siamo leggeri e sereni e piano piano le onde si trasformano in nubi, si trasformano in pecorelle da contare. Uno, due, tre, quattro, cinque…

giovedì 2 gennaio 2014

Domanda: Jack hai pagato il conto? Si ti ho spedito l'assegno per posta

Il risveglio come al solito non è dei più comodi. Ormai le notte in un letto non le ricordiamo neanche più. Siamo quasi abituati a dormire seduti e il nostro collo non si lamenta più a seguire l’ondeggiare delle curve della strada.
Alle otto di mattina arriviamo a Tirana dopo aver intravisto con le prime luci dell’alba l’entroterra Albanese. Si vede che è una nazione povera per essere europea ma di primo impatto è molto meglio di quanto mi aspettassi. Credo che il Montenegro, per esempio, che è confinante a nord con l’Albania sia molto più povero. Arrivati a Tirana, in una delle prime fermate di periferia, salutiamo Gezimi e lo ringraziamo con abbracci di rito e scambio dei numeri cellulari. E’ proprio un brav’uomo, spero per lui che la situazione di salute di suo nipote migliori presto.
Non abbiamo un albergo e quindi dovremo portarci dietro gli zaini per tutto il viaggio. Ormai intravediamo la fine e quindi la stanchezza si fa sentire ancora di più. Stanchezza puttana e canaglia.
Facciamo un giro in centro e capiamo subito che non c’è molto da vedere a Tirana.
Tirana è la capitale dell’Albania ma non arriva nemmeno a cinquecentomila abitanti. La città è sede di istituzioni pubbliche, università, e il centro della vita amministrativa, politica, economica e culturale del paese.
Oltre alla piazza Skandenbeg situata nel centro che prende il nome dall’ononimo eroee nazionale si trovano il Palazzo dell’Opera, la torre dell’Orologio e la Moschea e qualche altro edificio interessante.
Una statua dello stesso Skandenbeg, che combattè contro il potente impero turco e riuscì mantenerlo fuori dai confini per oltre vent’anni, a cavallo al lato della bandiera nazionale è sicuramente il simbolo che ti rimane più impresso dopo una visita a Tirana.

Arrivati in un punto arrivano i problemi. Abbiamo poco più di quarant’otto ore prima di iniziare la nostra giornata lavorativa in ufficio e siamo ancora a millequattrocento kilometri da Milano.
Non possiamo assolutamente ritardare la data del rientro lavorativo. Dal piano originale l’idea è quella di noleggiare una macchina qui a Tirana e tornare a Milano lasciandola là. Con questo piano avremo la possibilità di passare per Montenegro, Croazia e Slovenia. Il tempo stimato è di circa sedici-diciassette ore, pertanto avremmo la possibilità di visitare qualcosa nel tragitto.
Io conosco Kotor in Montenegro e Dubrovnik in Croazia che meriterebbero una giornata minino per una. Noi al massimo avremmo qualche ora.
Proviamo a vedere se troviamo qualche cartello ‘Rent a car’ nel centro ma dopo due rapide interviste ai locali capiamo che è meglio andare in aeroporto.
Troviamo facilmente la navetta e andiamo alla ricerca di una macchina a nolo. L’aeroporto sembra elegante e innovativo, seppur di piccole dimensioni. Entrando vediamo Hertz, Avis e una piccola agenzia di noleggio auto. Proviamo subito con la più piccola ma ci rispondono che fanno nolo solo all’interno dell’Albania. Scontato.
Ma qui abbiamo l’ennesima sorpresa del nostro viaggio. Anche Hertz e Avis ci rimbalzano. Dicono che è infattibile. Che costerebbe più del triplo di un viaggio normale. Ci guardiamo stupiti. Dal sito era possibile. Il Pelo aveva chiamato e gli era stato detto che era fattibilissimo.
Una sua amica albanese gli aveva confermato che tutti gli anni fa così. Niente da fare. Non per noi.
Questo è uno dei momenti più complessi di tutto il viaggio, probabilmente secondo solo al pomeriggio di Samarcanda senza soldi e senza la tappa successiva pianificata. Siamo lì vicini alla meta e non sappiamo come tornare. C’è anche il tempo che scorre inesorabile che desta preoccupazione.
Il Pelo inizia ad accusare anche lui la fatica dopo aver lottato come un leone per tutto il viaggio. Non ci crede che il call center dell’Avis gli aveva detto di star tranquillo, che non ci sarebbero stati problemi e ora, invece, di problemi ne abbiamo molti.
Riprendiamo la navetta per tornare in centro, in aeroporto non possiam far più nulla… se non prendere un aereo, ma quello non lo faremo mai!
Arrivati in centro, esattamente dove eravamo stati lasciati dal bus che ci avevamo da Istanbul iniziamo a vagabondare per la città. Gli zaini pesano e noi non abbiamo un piano. Il sole ci accarezza la fronte e ci avvisa del tempo che scorre.
Poi, ad un tratto,  vediamo una ragazza bionda, con un fisico mozzafiato e volto d’angelo. E’ un’apparizione. Non ci crediamo. E’ dietro a una bancone che fissa il monitor annoiata.
Alziamo la testa e un cartello con scritto ‘Tirana-Durazzo-Bari-Milano-Bergamo’ ci fa capire che stiamo proprio sognando. Non può essere reale.
Io, il Tavola e il Pelo ci guardiamo increduli, la soluzione non può essere lì davanti a noi servita su un piatto d’argento da un angelo dai capelli dorati.
Proviamo ad entrare ma sappiamo che non sarà possibile, che non ci saranno biglietti, che la prima domanda sarà: ”Ma perché non prendete un aereo?”.
Entriamo e la ragazza ci fissa, guarda il nostro aspetto più che malandato dal viaggio e abbozza un sorriso.
Non abbiamo la forza di abbozzare una conversazione in inglese, andiamo con l’italiano.
Risponde! Lo ha studiato a scuola. Le facciamo mille domande e le chiediamo un modo per tornare a casa. Le spieghiamo che dobbiamo rientrare a lavoro.
Sbatte le sue sopracciglia sensuali, tira su la spallina del vestitino estivo che le esulta le giovani curve e ci dice:” Ma perché non prendete un aereo?”.

Rispondile tu Pelo, io non ne ho la forza – gli dico.
E così il buon Pelo gli racconta la nostra epopea, il nostro viaggio in compagnia di Marco Polo. I suoi occhi si accendono – lei non ha mai viaggiato e le piacerebbe moltissimo – studia e lavora sette giorni su sette, in quel momento ci vede come degli avventurieri che hanno attraversato mezzo mondo e si scorda per qualche minuto del nostro aspetto fisico praticamente impresentabile e del nostro odore di umanità che ci portiamo dietro grazie a quattro notti senza toccare un letto e senza lavarci.
Traghetto Durazzo-Bari e poi pullman fino a Milano, novanta euro tutto compreso; con anche la navetta per arrivare a Durazzo. Arrivo stimato a Milano per le venti del giorno seguente. Con ben dodici ore di anticipo sull’orario di inizio lavoro in ufficio. Ecco la nostra soluzione. Ecco la prossima tappa.  
Ora possiamo rilassarci. Lasciamo i bagagli al nostro angelo e cerchiamo un posto per mangiare qualcosa. Sono già le quattordici e siamo senza acqua e cibo da non so quante ore.
Entriamo nel primo locale che troviamo e ci ‘ammazziamo’ letteralmente di carne alla griglia, con pochi euro mangiamo più di quello che abbiamo mangiato in tutto il viaggio.

Sullo schermo davanti a noi trasmettono Grosso guaio a Chinatown di John Carpenter. In albanese.
Uno splendido Kurt Russell che pronuncia la mitica battuta che ricordo a memoria: “Qui è Jack Burton, del pork-chop express, che parla a chiunque sia in ascolto. Come dicevo sempre alla mia ultima moglie, io mi rifiuto di guidare più veloce di quanto possa vedere, e a parte questo è solo una questione di riflessi. I consigli del vecchio Pork-Chop Express sono preziosi, specialmente nelle serate buie e tempestose, quando qualche maniaco alto due metri e mezzo con l'occhio sanguigno vi artiglia il collo e vi pianta l'unica testa che avete contro la parete di un bar chiedendovi se avete pagato il conto... Voi fissate a vostra volta il primitivo negli occhi e ricordatevi quello che il vecchio Jack dice sempre in casi come questi. Domanda: Jack hai pagato il conto?. Si ti ho spedito l'assegno per posta. Ragazzi con questo non voglio dire che sono un uomo di mondo e che la vita per me non ha più segreti, anzi, sono convinto che il nostro pianeta ci riservi ancora molte sorprese e che bisogna essere dei deficienti per credere che in questo universo siamo soli.


In albanese. Tutto ciò è magnifico.

martedì 29 ottobre 2013

Il vecchio continente

Alle 8.23 iniziamo a vedere Istanbul. Ce la troviamo davanti dopo più di venti ore di strada dritta. Abbiamo tagliato la Turchia come un coltello liscio e accuminato taglia un panetto di burro.
Passiamo il cartello ‘Welcome to Europe’ attraversando il ponte sulle stretto del Bosforo, ma purtroppo non riusciamo a fotografarlo. La sensazione è quella dell’arrivo anche se siamo a quasi duemila kilometri da casa.

Il tempo che possiamo dedicare a Istanbul è veramente poco, tra esattamente tre giorni dobbiamo essere in Italia. Tutti inizieremo a lavorare. Non possiamo sgarrare e la strada è ancora lunga.
Dedichiamo tutta la mattinata e il primo pomeriggio alla visita della città. Ci dirigiamo nella zona dove sono posizionate le maggiori attrazioni turistiche Agia Sofia (la basilica di Santa Sofia) e il  Sultan Ahmet Camii, la Moschea Blu.

Nei pressi di queste stupende costruzioni troviamo una cosa che ci fa scoppiare a ridere, è l’Expo Silk Road. Una manifestazione all’aperto in cui in ogni banchetto vengono venduti i gadget, gli oggetti e i prodotti tipici dei paesi che sono attraversati dalla via della Seta.



Per noi è come ripercorrere il nostro viaggio. Vediamo le yurte kirghize, i piatti in ceramica uzbeka, le sciarpe persiane e rifacciamo a ritroso il percorso.



Concludiamo con un giro per il centro senza una meta e subito dopo pranzo terminata la visita da turisti – ci vorrebbe molto più tempo – ci rimettiamo al lavoro per raggiungere il nostro obiettivo: tornare a casa.



Nella nostra idea originale avremmo dovuto affittare una macchina a Istanbul e tornare fino a Milano con il mezzo affittato. Quando però arriviamo all’aeroporto Ataturk capiamo che forse la nostra idea era troppo ingenua. Ci dicono che è impossibile uscire dalla Turchia con una macchina a nolo. La Turchia è fuori dall’Unione Europea – capirai che scoperta – e quindi ci lasciano con un pugno di mosche in mano.
Siamo alle solite, ma ormai abbiamo le spalle larghe. Troveremo una soluzione alternativa. Andiamo alla stazione dei bus internazionali e capiamo quale strada è meglio fare per il ritorno a casa.
Mentre ci rechiamo alla stazione, il Tavola fa l’amara scoperta: gli hanno rubato il portafogli che teneva nello zaino.
Fa mente locale e capisce che gliel’hanno rubato sul bus da Teheran a Istanbul. Non è difficile capire che il miglior nemico del Pelo, il Merdoso, alla fine ha vinto la sua diatriba personale e oltre a tutto quello che ci ha fatto passare ci ha anche rubato negli zaini.
Io sono rimasto l’unico indenne, al Tavolo come detto il portafogli e al Pelo mancavano tutte le monete di tutte le nazioni che aveva collezionato.
Per fortuna le cose di maggior valore le tenevamo addosso.
Alla fine il computo totale del furto è:
-    -      Monetine da collezione delle nazioni percorse
-          Portafogli del Tavola
-     -     Carta prepagata del Tavola senza pin disponibile
-        -  Cartaccia varia
Non è un gran bottino, ma ci ha dato comunque fastidio.
Arrivati alla stazione dei bus capiamo che le possibilità sono due: procedere attraverso gli stati balcani oppure passare da sotto e passare la Grecia per arrivare fino in Albania. Da lì poi capiremo che strada fare.
Dopo un veloce breafing e col pulmann quasi in partenza propendiamo per fare Istanbul-Tirana e alle 16.00 siamo già in viaggio.



Sul pulman siamo gli unici italiani. Ci prendono tutti subito in simpatia. Per loro è pazzesco che degli italiano facciano quella tratta.
Conosciamo Gsim, un signore albanese sulla cinquantina. Parla italiano molto bene e quindi è facile comunicare. Ha il nipote ricoverato ad Ankara per una brutta malattia e quindi viaggia molto spesso. Dice che in Albania non ci sono le strutture per curarlo come si deve. Ha fatto mille lavori,
dai sottotetti in carton-gesso fino a gestire un bar.
Ora è disoccupato. Alla prima tappa per i bisogni ci offre un gelato e praticamente parliamo tutto il lungo viaggio fino a Tirana.



Tra Grecia e Turchia non corre buon sangue – vedi gestione delle problematiche cipriote – e quindi le frontiere sono un vero delirio. Stiamo fermi quasi due ore senza capire perché la coda non si smaltisce.
Poi finalmente passiamo. Siamo stanchi come al solito. Passeremo l’ennesima notte dormendo in bus. Ma anche a questo ormai siamo abituati.
Ci svegliamo in piena notte per una pausa e Gsim ci porta sul pullman dei dolcetti greci. Ci racconta che sa parlare il greco e che ha lavorato lì per anni. A lui i greci stanno simpatici e non ha problemi con loro. Anzi è felice di parlare greco visto che non lo parla da molti anni.
Apprezziamo il gesto e mangiamo i dolcetti. Gsim è veramente una carissima persona.

Certo che svegliarsi alle tre di notte, dopo quattro notti che non si vede un letto, su un pullman che ti porta da Istanbul a Tirana e dover mangiare un Baklava non è molto salutare. Ma del resto καλή όρεξη (buon appetito!).

lunedì 23 settembre 2013

Viaggio della speranza

Vediamo per la terza volta di seguito l'alba iraniana. Il risveglio infreddolito sul bus è come al solito confusionario.



Veniamo scaricati al terminal Arzhantin di Teheran e siamo ancora addormentati. Non sappiamo bene cosa fare e dove andare. Siamo disorientati.
Siamo in attesa di Roya per capire come recuperare i bagagli e rimetterci in viaggio verso casa.
Speriamo che la sua amica stia meglio.
Un buon chai caldo fa sempre bene sia per le attese sia per il freddo e dopo aver dormito una mezz'oretta su una panchina, ci riscaldiamo così.
Ci svegliamo con il suono del telefono che suona. E' Roya che ci chiama.



Ha passato la notte in ospedale e ha dormito solo un'ora. Dice che le dispiace molto che non ci può portare al mare (noi di più per la sua amica) e che ci aiuterà a proseguire il viaggio.
Ci accompagna in stazione per cercare il pulmann per Istanbul. Quasi tutte sono piene. Il rischio di non partire è ormai molto alto. Iniziamo a pensare all'ennessimo cambio di programma, fino a che suo cugino ci chiama e ci dice che ha trovato una compagnia che ha ancora dei posti liberi. 
Li prendiamo possiamo partire. Il pullmann partirà alle 13.00 e il viaggio durerà quaranta ore. Sì, quaranta ore. 
A scriverlo sembra tanto. Ma a viverlo ancora di più. Sarà un'esperienza nuova. 
Mancano due ore alla partenza così Roya e suo cugino ci portano a casa per una doccia - che ci salva la vita e anche la dignità.



Ci prepara degli ottimi panini e siamo pronti alla partenza del viaggio della speranza.
Quaranta ore di pullman. Ripeto. Vedendo gli altri ritmi prevediamo siano anche di più.
Partiamo alle 13.24, salutando moltissimo Roya e il cugino, e ci mettiamo il cuore in pace. 



Per quaranta ore non avremo fretta e non dovremo prendere decisioni o risolvere problemi. Forse.
Alle 14.32 capiamo che non sarà così il viaggio.
Siamo già fermi. Non capiamo perchè. Poi vediamo che due dei faccendieri del pullman iniziano a smaneggiare il motore. Ci mettiamo le mani nei capelli e capiamo che i problemi sono solo all'inizio.



Il viaggio procede lento fino alle 19.00 quando il pullman si ferma di nuovo. Un'ora e venticinque minuti fermi e dopo mille magheggi l'autista riparte e il pullman sembra funzionare nuovamente. 
Abbiamo già racimolato due ore di ritardo. 
All'1.13 ci sveglia il tipo che aiuta l 'autista. Ci chiede il biglietto. Poi ci dice che dobbiamo spostarci davanti.
Al posto di persone che c'erano da inizio viaggio. Non capiamo. Abbiamo passato da poco Tabriz. Siamo assonnati. Proviamo a desistere. Ma alla fine ci spostiamo.
Poi quando ci sediamo capiamo. C'è un rumore continuo. Come se non fosse inserita la cintura. Bling. Bling. E' un martello. Protestiamo.
Un'ora così.
Poi intorno alle 2.00 accostano. Fanno magheggi. E il rumore cessa. Ma come?? Pensiamo noi...bah...
Alle 2.17 fermata per la cena.
Abbiam passato di circa un centinaio di km Tabriz. Noi avevamo il panino di Roya e quindi non abbiamo fame.
Vado solo a prendere da bere. 
Ab (acqua) - chiedo a un signore anziano che gestisce delle fiches in stile casino'.
Na - risponde. 
In effetti non vedo acqua. Indico un orange juice.
Na - risponde.
Viene in mio soccorso un ragazzo persiano che parla inglese che avevamo conosciuto prima, si chiama Afshin. E' molto simpatico e si vede che vuole fare amicizia. 
Dopo un estenuante trattativa col vecchio riesce a prendermi tre aranciate. Me le ha offerte, dice che sono suo ospite.
Dice che è' un posto di frontiera.
Che se non mangi non ti danno da bere. Bel modo di fare business, penso e sorrido.
Ringrazio molto il ragazzo e torno sul pulman.
Arriviamo in frontiera alle 5:30.
Il passaggio in frontiera è un vero casino. Tutto l'opposto dell'ottimizzazione dei processi. Il pelo dice:'Organizza il flusso di processo di questa frontiera. Ottimizzalo. Poi stravolgilo al contrario ed ecco che viene fuori quello che bisogna fare qui.'
Un casino totale. 
Un tizio della frontiera non ci fa passare sotto il metal detector quando gli spieghiamo che siamo turisti (la vodka kirgiza è salva!) e poi un altro tipo mi dice che il nostro visto è scaduto. Gli spiego che è impossibile. Gli faccio i conti a mano e capisce. Mi conferma che è corretto.
Prende i passaporti e se ne va. Non capiamo cosa bisogna fare. 
Attendiandiamo. Proviamo a chiamarlo. Niente.
In tanto la gente è in fila. Proviamo a spiegare ma niente da fare.
Praticamente siamo ultimi in una fila interminabile. Non c'è problema. Non abbiamo fretta.
Arrivati al termine della fila e con la paura che ci sia qualche problema il tipo si accende e si ricorda dei nostri passaporti. Gli da un'occhiata veloce e ce li da. Dillo prima no...
Passiamo la frontiera turca senza problemi e ci mettiamo a far colazione con i ragazzi persiani amici di Afshin all'aperto.



Sono le 7:43 col cambio di fuso. Anche stanotte non abbiamo dormito. 
Il Monte Ararat è lì davanti a noi. Imponente. Maestoso. Simbolo di questa zona. 



E' un monte pieno di storia. Secondo la BibbiaNoè approdò sulla sua cima dopo che il diluvio universale, scatenato da Dio per punire gli uomini terminò dopo 150 giorni (circa 5 mesi).
La leggenda vuole che l'Arca di Noè sia ancora sulla montagna, come riferito da alcuni viaggiatori, tra cui Marco Polo.
Finalmente ripartiamo non prima di aver fatto una fotografia reale e una con la memoria fotografica in modo che questo momento rimanga impresso nella mia mente per tutta la vita. 
Siamo in Turchia. Ormai la strada del ritorno sembra tutta in discesa.
Ormai con Afshin e i suoi due amici Said facciamo gruppetto sempre.



Io parlo spesso con Afshin. Con il nostro inglese stentato ci capiamo a meraviglia.
Ormai conosciamo tutto il pulman.
Shai una signora iraniania presa bene che parlo un po' persiano.
Sahar e ' una ragazza persiana. La madre divorziata vive vicino a Istanbul in un paese che si chiama Chor. 
E' bello vedere che dopo aver superato la frontiera le donne (evidentemente non islamiche) si tolgono il velo e si sciolgono i capelli. I ragazzi si mettono i pantaloni corti e ci raccontano che vanno a Istanbul per fare festa, ballare e bere alcool.
Il nostro 'amico' faccendiere che ci ha messo nei posti davanti continua la sua battaglia personale col Pelo.
Tira giù i piedi. E il Pelo li rimette su.
Ho bisogno dello zaino. Ora sto pulendo il pullman.
Tira giù i piedi. E piedi rivanno su.
Tutti questi dialoghi senza capirsi a parole. Solo a gesti, espressioni del volto, imprecazioni nella proprio lingua e quindi incomprensibili all'altro e grugniti quando l'altro non capisce o fa finta di non capire. E' una battaglia alla pari.
Al momento non c'è nessun vincitore. Quando passa in vantaggio uno, l'altro recupera.
Obiettivo rompersi i coglioni a vicenda il più possibile. Ormai è odio allo stato puro.
La Turchia vola veloce. Ci sono molti pezzi montuosi. Le strade sono buone e noi dobbiamo sempre andare dritti. Facciamo dei pezzi in cui arriviamo fino a 2000 metri. 



Il mio cellulare è quasi scarico pertanto chiedo all'autista molto gentile - l'unico non gentile è l'amico del pelo che ormai abbiamo soprannominato 'Il Merdoso' - se posso caricarlo nella presa USB della radio. 
Non avevo fatto i conti col fatto che sarebbe partita la mia musica a tutto volume. Sulle montagne turche, in un pullman di iraniani inizia a cantare la voce speciale di Pierangelo Bertoli. 
E' un momento magico. Mi lascio trasportare tra le parole dure come pietre di 'A muso duro' mentre gli iraniani non capiscono niente e dalle loro facce si capisce che alcuni sono curiosi e contenti, altri invece non apprezzano e insultano. 
Lo stesso Pelo e il Tavolo non conoscendo Bertoli e non apprezzando la sua musica denigrano i miei gusti musicali. Ormai solo contro il pullman intero mi godo questo fantastica canzone, mi godo le parole di Pierangelo Bertoli che hanno un sapore inimitabile tra le montagne rosse delle Turchia e mi riprendo l'iPhone. 
Naturalmente ancora scarico. 
La notte riusciamo a dormire discretamente bene finché l'autista non si mette a litigare con dei ragazzi - che scopriamo turchi. 
Minaccia di farli scendere. Momenti di silenzio e momenti di urla. Poi ricade nuovamente il silenzio.
Finalmente riusciamo a riaddormentarci.
Abbiamo già passate le quaranta ore. Come avevamo preventivato il viaggio sarebbe stato molto, molto lungo. 

venerdì 13 settembre 2013

Il poeta bergamasco

Di Luca 'Pelo' Spada

La prima stella in cielo,
30 ore seduto sullo stesso sedile,
Istanbul ancora lontana,
Turchi ridono senza sosta alle spalle,
“Figa se è lunga ancora“,
Il paesaggio di fronte spaccato dalla fine riga del vetro infranto e il merdoso qui davanti.

Fine